Ciao autunno

Una volta un professore ci disse “leggo così tanti libri per lavoro che quando ho un po’ di tempo libero preferisco guardare un film”. L’ho pensato, durante questi mesi in cui mi veniva qualche idea da mettere nero su bianco in questo blog, e colpevolmente ci rinunciavo. “Scrivo così tanto che quando la sera finisco di lavorare quello che desidero è solo leggere, o sentire la radio”. Qui a Roma, in effetti, si scrive un sacco. Otto ore di fila senza pause, più quelle che devo fare per il lavoro di Bologna. Otto ore in un ufficino seminterrato così piccolo che una giornalista in pensione venuta in visita, con l’aria preoccupata di chi è nonna da poco, si è raccomandata “almeno non fumateci, qua dentro, che è proprio malsano. Roba da laboratorio cinese di Prato!”. In un certo senso è proprio quello il suo bello, e una scheggia di nostalgia per quelle dimensioni così compatte ce l’avrò, nonostante una latente claustrofobia. Per questo e altri motivi, le mie pagine sono rimaste bianche per un po’, e mentre loro sì, se ne stavano in vacanza, io ci ho messo in mezzo tante cose.

Due lavori in due città diverse, un trasloco travagliato (perché non sono mai stata una persona organizzata e forse è ora che rinunci a provarci), una stanza sui colli romani, un ritorno pianificato. Questo, e altre faccende. Insomma, ho passato un’estate di cui ho sentito solo la parte negativa: il caldo, gli amici in ferie, la desolazione della città vuota. Ma ho fatto anche un viaggio importante, per me che sono cresciuta in un quadrato di tre isolati, un tuffo di solitudine e fatica che mi ha fatto pensare e mi ha regalato momenti di pace perfetta.

Oggi, alle porte dell’autunno, torno a casa, forse un po’ più grande, con nuovi progetti, un lavoro che ha rivelato le sue carte migliori nel tempo: ne avevo già parlato, ricordate? E alla fine, dopo due mesi di doppio incarico (come in politica, che va tanto di moda) ho scelto quel posto che ero pronta a lasciare ad occhi chiusi per una prospettiva che sul momento mi pareva più promettente e avventurosa. Non mi ci è voluto molto per capire che le cose fatte come si deve chiedono tempo e pazienza, e magari si presentano in modo meno esplosivo. Qualcuno mi ha definito “fondista”: rivelo le mie qualità sul lungo periodo. Uguale la mia attività bolognese, che di settimana in settimana si è fatta più interessante, creativa, stimolante. Tanto che mi sono convinta a fare quella che un amico che mi conosce bene chiamerebbe una -louata- e a rimescolare le mie carte un’altra volta, alla ricerca del puzzle perfetto. Che non esiste, lo so bene, ma cercarlo è un gioco che non posso smettere di fare.

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