Io a Firenze ci vado

Tra i propositi per la mia (ennesima) nuova vita c’è quello di non perdere l’abitudine a scrivere molto e il più velocemente possibile. Non parlo dei venti articoli al giorno che monto adesso (molti non li scrivo, li traduco o aggiusto delle agenzie), ma almeno tre. Il secondo e forse più importante obiettivo, invece, è fare attività politica. O sindacale, o attivismo, comunque lo si voglia chiamare.  Quando ero ragazzina le manifestazioni erano un’occasione che non perdevo mai, ci andavo per i più vari motivi: sentire che contavo qualcosa, innanzitutto. Fare branco con i miei amici, fumare le canne, saltare un giorno di scuola. Ma ero pur sempre una liceale che viveva nel suo mondo di favola; le fregature sono arrivate poi. Con il 3 + 2 all’università, per esempio. Con il muro tra me che sono priva di master in giornalismo e un tirocinio presso un giornale. E quando ti rendi conto che le cose accadono fuori ma ti ricadono addosso, la prima reazione è lo scoramento.

Cominci a pensare che ce la devi fare lo stesso, la prendi come una questione di problem solving, ti appelli al pensiero laterale, cerchi di entrare dalle finestre visto che le porte sono inchiavardate. E qualche volta spegni il computer pensando che sia tutto inutile. Può darsi che alla fine lo sia davvero, ma è troppo presto per dirlo. Quello di cui mi sono resa conto negli ultimi giorni è che c’è qualcuno che, mentre io pensavo solo a me stessa, ha pensato anche per me e per tutti quelli ancora più sfortunati che campano alla giornata.

Il discorso sul precariato oggi è talmente battuto da essere ridotto a una tiritera che nessuno più ascolta: i medici, gli insegnanti, i tassisti. Ma nessuno fuori dal settore si interessa dei giornalisti precari, niente si è veramente fatto per ragionare sulla validità di un sistema di formazione sempre più blindato e con barriere all’ingresso che di anno in anno si fanno più alte. Così, quando ho sentito che qualcuno era riuscito ad organizzare un grande evento nazionale per riflettere su questi problemi, la mia prima reazione è stata sentirmi in colpa, perché avevo lasciato il lavoro sporco a qualcun altro, continuando a lamentarmi inutilmente. Poi, ho pensato che questa è un’occasione che non posso perdere. Si va a Firenze, il 7 e l’8 di ottobre, per parlare di precariato e libertà di stampa, che sono due facce della stessa moneta.

L’evento si intitola “Giornalisti e Giornalismi”. Organizzato da Ordine nazionale dei Giornalisti, Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Ordine dei giornalisti Toscana e Assostampa Toscana, “chiamerà a raccolta colleghi da tutta Italia per concorrere a dar vita alla ‘Carta di Firenze’, uno strumento deontologico innovativo per disciplinare modelli virtuosi di collaborazione tra giornalisti e cooperazione con editori per cementare ancora la fiducia tra stampa e lettori. La carta normerà condotte e comportamenti che potranno diventare anche oggetto di procedimento disciplinare ordinistico o sindacale in caso di violazione”.

Chissà se la Carta di Firenze servirà a qualcosa, se questo incontro avrà un seguito, se sempre più persone aderiranno. Non sarà facile, ma sicuramente è un primo passo senza precedenti, a fronte di cambiamenti nel mercato del lavoro che creano sacche di discriminazione e sfruttamento indecenti. Il futuro per i giovani giornalisti resta cupo, ma intanto i gruppi locali hanno organizzato un servizio di navette per Firenze, gli organizzatori hanno approntato una rete di alloggi convenzionati, insomma si fanno le cose in grande. Almeno, in grande rispetto al nulla che le precede. Da parte mia, sento il dovere di esserci, e di spendermi per un’evoluzione più giusta del settore, che non è un patrimonio solo mio ma di tutti i miei colleghi e di chi vuole un’informazione libera.

Qui, la pagina Facebook dell’evento

3 responses to “Io a Firenze ci vado

  1. Lou, ma ci vuole il tesserino o è aperto anche ai giornalisti talmente precari che non lo hanno ancora preso?

    • erano stati tentati di fare selezione all’ingresso, ma dopo avrebbero dovuto pretendere anche il mocassino e la camicia altrimenti sarebbero apparsi poco seri. E siccome di sti tempi la gente sta con le proverbiali pezze, han lasciato ingresso libero.

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