La lingua morta delle piazze

Oggi avrei dovuto essere a Roma. Invece ho passato la giornata chiusa in casa con l’influenza, a Bologna. Ciò nonostante, l’eco delle piazze è arrivato fino mia stanza: ci sono le foto, lo streaming su Repubblica, i commenti su Facebook. E vengono fuori questi black bloc che hanno sfasciato, incendiato, rovinato lo spirito di una giornata iniziata tra bandiere e palloncini. Cinquecento o mille al massimo contro duecentomila manifestanti pacifici sono bastati a tracciare un segno nero sulla pagina più importante per il neonato movimento degli indignati italiani. Un’identità composita che mutua il nome dalle sollevazioni spagnole e affonda le sue radici nella Primavera Araba e forse nelle rivolte di Londra, ma che aspira ad esprimere lo stesso disagio in forma non violenta.

Questa ispirazione tanto vaga è il punto, e forse il motivo per cui non tutti si sono sorpresi che la piazza di Roma sia finita in caciara, tirando fuori il peggio dell’attivismo politico e delle forze dell’ordine (apertamente condannate dai medici del policlinico Gemelli che hanno soccorso i feriti): la manifestazione degli indignati non ha alla base un disegno politico contingente. Raccoglie studenti, lavoratori, i giornalisti, immagino alcuni esponenti dei sindacati, e ho scoperto anche le associazioni per la sovranità alimentare e alcuni operatori del biologico. Ognuno con le proprie rivendicazioni, ognuno felice di avere a disposizione un evento contenitore per ogni stagione: puoi partecipare a patto che tu sia incazzato per qualcosa. Non c’era neppure, come è accaduto all’estero, un casus belli attorno al quale organizzare la protesta. C’era solo questa generica indignazione, termine ombrello che tutto contiene e nulla dice, contesto che finisce per “fare senso”, per produrre significato, solo nello scoppio della violenza. La rabbia è per definizione irrazionale, “indignarsi” senza pensare a cosa ci dovrebbe essere dopo lascia spazio alla rabbia. E quando ti arrabbi, spacchi i bicchieri.

Certo Roma è stata solo una delle numerose piazze al mondo che oggi hanno protestato contro la crisi mondiale, le banche, l’alta finanza. Ma bisogna chiedersi quale sia il significato della manifestazione qui e ora, cioè in Italia e nel momento presente della sua storia. Strillare contro Berlusconi, che ha appena portato a casa una solida fiducia? Protestare contro il precariato? Contro il lavoro nero? La povertà, la disperazione? La mia opinione è che questi movimenti di massa abbiano fatto il loro tempo: se come in questo caso sono privi di una precisa rivendicazione sono niente più di una pacca sulla spalla. Il mio futuro politico è nell’impegno verso il prossimo; la mia prospettiva di cambiamento sul lungo termine sta nel ristrutturare i legami delle comunità e fare cultura in modo diffuso. Il nostro pensiero, le forme della società e la produzione del senso sono ormai reticolari, ed è con i meccanismi e i modelli di una rete che si incide con efficacia su di essi. Chi spera di cambiare qualcosa riempiendo le piazze all’insegna di una generica esasperazione lancia un messaggio destinato a rimbalzare contro il muro di gomma di un’informazione e un’incultura di regime: parla una lingua morta.

EDIT: In questo articolo apparso ieri su Peace Reporter ci sono alcune cose che condivido, espresse meglio di come avrei potuto farlo io. La tesi di fondo comunque è la stessa.

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