Notizie dal sottobosco

Uno dei problemi di un povero tardone senza Scuola (no, non analfabeta, intendo privo di Master in Giornalismo) alla ricerca di una collaborazione con un quotidiano, è quello di trovare il modo giusto per presentarsi, facendo sì che il curriculum non finisca direttamente nello spam.

Voci fondate sostengono che l’unico modo per evitare l’orrida cartella sia essere “suggeriti” da qualcuno. Ma a noi piace pensare che insomma, un altro modo ci sia. Ci piace pensarlo tanto per fare un po’ i romantici per cinque minuti. Così oggi pomeriggio, piluccando in treno il manuale di Sergio Lepri, Professione Giornalista, mi lambiccavo sul tipo di articolo con il quale dovrei accompagnare la mia proposta di collaborazione presso un quotidiano locale. Perché in effetti mandare una domanda spoglia, come ammetto di aver fatto in più di un caso, aumenta il rischio di finire nel cestino. Regalare un articolo carino, invece, può aiutare ad esser presi in considerazione. Ovviamente ci sono quelle testate super blindate, tipo Repubblica o il Corriere, per le quali è meglio risparmiarsi la fatica. Ma ce ne sono altre più elastiche che lasciano qualche fievole speranza.

Mi sono chiesta quindi come fare a competere con una redazione già al completo o quasi. Competere in senso lato, chiaramente: offrire cioè qualcosa di nuovo, che non sia già stato coperto. In una redazione ci sono le agenzie, c’è la rubrica. Inutile cercare di scrivere di grossi eventi, o di acchiappare personaggi noti. Ci ho anche provato, non è andata bene. I politici fanno il loro lavoro e ottimizzano il poco tempo a disposizione dei media: preferiscono dedicare dieci minuti a Repubblica che a Jane Doe. A proposito di questo, dalle nostre parti gira una bellissima storiella su un misterioso personaggio che per aggirare il problema aveva trovato una soluzione creativa: si qualificava al telefono come giornalista di “BaiUno”. L’altro capo del telefono capiva ovviamente RaiUno e le porte erano aperte. Verità o leggenda, si vocifera che il trucco funzionasse.

Purtroppo non riuscirei mai a farfugliare che sono della Bai senza scoppiare a ridere, quindi anche questa strategia mi risulta impraticabile. Ma ecco, mentre sono in treno, scopro l’uovo di Colombo (no, non sono incappata in un nido di piccioni viaggiatori). Leggo cosa dice Lepri:

L’informazione, invece, è anche continuità; e giornalismo è anche un flusso di informazioni concrete, utilizzabili giorno per giorno in ragione degli interessi vitali degli individui: per esercitare meglio le proprie responsabilità di lavoro, per risolvere i problemi della giornata, per migliorare la qualità della vita. E se si pensa ai bisogni informativi dei cittadini come sono stati confermati dalle indagini sopra riassunte, la conclusione è che molto spesso la “normalità” fa più notizia della “eccezionalità”. (pag. 33)

Qui c’è spazio di manovra, per varie ragioni. Ferma restando la necessità di selezionare quanto è notiziabile con un po’ di mestiere, chi ha un’esperienza costruita masticando la realtà locale ha una rete di contatti ben spendibile, a volte superiore al “concorrente” che magari è ancora in stage e non ha mai lavorato sul territorio. Il collaboratore medio proveniente da fuori può usufruire della rubrica di redazione, che di solito è più nutrita e contiene nomi importanti. Ma il nostro Tardone magari sa muoversi bene, dispone di contatti locali da cui può ottenere piccole anteprime, che su un giornale locale possono funzionare. Inutile giocare in un campo in cui si parte perdenti, meglio usare creativamente le proprie carte.

Insomma, come ha concluso Debora Serracchiani davanti alla platea bolognese de Il Nostro Tempo, “Le correnti si fanno nel sottobosco” (anche se probabilmente non intendeva farci pubblicità, il concetto mi piace lo stesso). Forse anche le notizie, come la storia, si fanno nel sottobosco.

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