I dolori del giovane giornalista ambientale

Parlando di giornalismo ambientale, e soprattutto scientifico, in genere si fa riferimento a uno di quei famosi “giornalismi” che compongono l’oceano di un’informazione in continuo cambiamento. La metafora dell’acqua, in effetti, mi pare azzeccata per indicare un flusso di informazioni che oggi fatica ad essere incasellato in uno schema tradizionale. Ecco dunque i “giornalismi”, che sono tutto e niente. Molti direbbero “giornalismo di serie b”, ma questo viene detto di tutti i fenomeni nuovi che non rispondono ai modelli convenzionali. Immagino che qualcuno, nei primi anni Novanta, abbia pensato a internet come a un fenomeno marginale.

Fatto sta che certamente l’ambiente e la scienza sono due temi che piacciono poco ai quotidiani e in generale ai media mainstream. Il motivo potrebbe essere che sono difficili da trattare, mentre la gente vuole leggere e capire in fretta. Ma anche l’economia è una disciplina difficile, su cui il pubblico è mediamente molto ignorante, eppure viene trattata sempre più spesso anche dai periodici generalisti. Ecco, in tempo di crisi è importante sapere cos’è un Bund o un Btp, ma questa è anche l’epoca del cambiamento climatico, per dire. E’ l’epoca in cui il nostro paese becca secchiate di multe dall’Europa perché inquina troppo e investe poco in tecnologie. Per non parlare di quanto ci saranno utili le rinnovabili per fronteggiare il paventato shock energetico.

Cos’è allora che rende l’ambiente e la scienza tanto ostici da trattare? Innanzitutto gli spazi. Parlare di scienza correttamente richiede un certo spazio. Se guardate i blog di Aspo (di cui ho l’onore di essere addetta stampa da poco tempo) o il blog di climatologi Climalteranti, che pure fanno un bel lavoro di divulgazione, vi troverete post dal formato decisamente anti-internettiano. La prima regola della scrittura online è la sintesi, ma certi argomenti non possono essere riassunti più di tanto, pena una semplificazione eccessiva. Così, tra i due mali vince il minore, e molti articoli che parlano di scienza sono lunghi ben oltre il consueto formato da quotidiano o da portale generalista. Ma è anche una questione di ritmo: quasi mai, in ambiente e in scienza, c’è la notizia. Certo, in ambito scientifico esce ogni tanto qualche scoperta accattivante per il grande pubblico, o succede qualche catastrofe che dà l’occasione di spiegare fenomeni ambientali ostici come il cambiamento climatico, ma si va poco oltre. Come insegnano certi quotidiani, quello che il lettore vuole non è sapere cosa è importante, ma ascoltare una storia. Se si riesce a raccontare in questo modo un fatto cruciale, allora va bene, ma se non lo si può trattare in questo modo significa che non è “notiziabile” e viene messo da parte. Come si spiega il concetto di resilienza, per esempio? Come si spiega il cambiamento climatico senza banalizzarlo? Non è facile, eppure questi concetti sono importanti tanto quanto altre nozioni di carattere politico o economico. La soluzione per molti giornalisti scientifici è abbandonare il quotidiano per le riviste specializzate, che lasciano più spazio all’approfondimento. In questo modo, però, scienza e ambiente continuano ad essere relegati nel recinto dell’informazione “specializzata”, che raggiunge un numero ristretto di persone, peraltro già interessate all’argomento.

Altrimenti, c’è l’opzione “novità di prodotto” (che viene divulgata per far vedere quanto vivere green possa essere fico). L’ultimo iPhone per i maniaci della tecnologia – in fondo anche questa è scienza – e l’ultima macchina elettrica per chi vuole far l’ambientalista ma con stile. Anche questo modo di fare informazione, che sembra per ora l’unico (catastrofi a parte) per attrarre il pubblico verso il tema della sostenibilità, non mi piace. Anzi, per me queste sono marchette.

Siccome amo lottare contro i mulini a vento, a me piace pensarla un po’ come una sfida: è possibile fare entrare l’ambiente e magari anche la scienza nell’agenda dei quotidiani senza che debba morire della gente per un’alluvione? O senza dover vendere qualcosa? Io sono sicura di sì, bisogna solo trovare il modo giusto per arrivarci.

One response to “I dolori del giovane giornalista ambientale

  1. Ti sei scelta un mulino a vento bello grosso.
    In bocca al lupo! 🙂

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