Povero Giuseppe D’Avanzo

Mi ero ripromessa di non parlare più di queste cose, spero che sarà l’ultima volta. Avrei preferito non leggere certi tweet di Arianna Ciccone che raccontano l’intervento di Michele Santoro davanti agli studenti della scuola di Giornalismo di Urbino. Ma dal momento che li ho letti non posso proprio starmene zitta (imparerò, abbiate pazienza).

 “Io non conosco un giornalista bravo che non lavori”

Già questo esordio farebbe cadere le braccia a molti. A me no, ma solo perché sono abbastanza delusa da non sorprendermi più: questa è solo l’ennesima conferma della crisi non solo economica ma etica e spirituale in cui versa l’informazione italiana. Non basta: Santoro ammette, con disarmante candore, i criteri con cui ha scelto le sue veline:

“Giulia Innocenzi rappresenta il ritorno alla politica dei giovani”; “Granbassi è stata scelta per contribuire allo spettacolo. Ma tanti giornalisti li abbiamo formati”

Per una volta, ed è una rarità, mi tocca fare la parte della femminista e osservare che la scelta di una bella ragazza che si finge giornalista “per contribuire allo spettacolo” contiene una spaventosa eredità berlusconiana. Ciò che invece si ripropone sempre uguale a sé stesso è il problema dell’accesso al mestiere, oggi per certi versi peggiore di prima. Perché prima con la costosa scuola ti compravi iscrizione all’Ordine e lavoro, ora nemmeno quello. Ora per mettere una pezza all’inutilità del pezzo di carta ci sono i concorsi, rigorosamente riservati alla futura casta pagante. Una guerra nella guerra, perché dopo la scuola, se va bene, ti fai uno stage a tempo determinato, una collaborazione a prestazione, o gratti un contrattino da 300 euro al mese. Dopo cinque sei anni, se sei fortunato, arrivi a 800. Forse a mille.

Nel frattempo vivi sulle spalle della famiglia, sempre “sgarrupato” (come direbbe un mio collega). A settembre mi sono detta – con lo sconforto di chi vede i propri sogni appesi a un filo – che se non avessi trovato qualcosa entro dicembre, avrei strappato la mia tessera. Non ne ho avuto bisogno, la sto strappando giorno per giorno al confronto con la realtà. Ogni volta che vado al lavoro e vengo trattata come una professionista, trovo dialogo, ascolto, formazione e rispetto. Ho una garanzia contrattuale accettabile e uno stipendio adeguato.

Non devo fare la guerra con altri quaranta disperati, non devo arrivare già “imparata” (o pagare per diventarlo), non sono pagata con la sola soddisfazione di fare “il mestiere più bello del mondo”, il mestiere che mi piaceva tanto, per il quale mi sono spesa per anni ma per cui non intendo rinunciare alla mia dignità.

Non è solo una questione di soldi; comincio a chiedermi sempre più spesso se valga la pena di far la guerra per entrare in un mondo brutto, di giornali e televisioni marchettari, servi della politica, dell’industria o del popolo bue che vuole vedere solo sesso, soldi e insulti. Nessuna qualità, nessuna professionalità, nessun rispetto per le persone. A volte mi chiedo perché lo faccio, e soprattutto perché nessuno si incazzi insieme a me. Se tutta questa corruzione si meriti davvero i sogni e il sudore mio e di molti altri.

E ogni tanto penso che hanno ragione quei vecchi e ricchi veterani della casta che sempre più spesso, dalle pagine di quotidiani e riviste, suggeriscono ai giovani “cambiate mestiere”. O forse basterebbe cambiare paese.

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