La forza degli abusivi dell’informazione

Pubblicato su Sottobosco.info

Gabriele Veronesi lo bazzichiamo dai tempi della prima uscita del suo film, Modena al Cubo. Il suo progetto ci è piaciuto perché fin dai nostri primi passi, tre anni fa, abbiamo tenuto d’occhio il problema del consumo dei suoli. Non abbiamo perso tempo, e abbiamo inviato Giulia Biguzzi a intervistarlo sul luogo del delitto, Modena.

Chi scrive ha conosciuto Gabriele diversi mesi dopo, in occasione di un corso di aggiornamento organizzato dall’Ordine dei Giornalisti. Erano quei giorni bui delle liberalizzazioni annunciate, in cui il popolo policromo e un po’ disperato dei pubblicisti si interrogava sulla propria sorte. C’era chi, pubblicista per caso, viveva la cosa con divertito fatalismo, c’era chi, ancora convinto che la strada maestra per la professione fosse l’iscrizione all’Ordine, si crucciava al pensiero di diventare abusivo.

Oggi quei giorni paiono lontani, dopo che la famigerata riforma si è conclusa in un nuovo e innocuo puzzle burocratico. Ma non dimentico le parole di Gabriele, quando mi disse, con tono pacato, che dell’Ordine non ci doveva interessare nulla, che l’epoca dei media tradizionali era finita, e che lui era ben contento di non seguire quella strada. Dove questo l’avrebbe portato, non sapeva, ma certo avrebbe fatto quello che più gli interessava e riteneva utile per il pubblico.

Gli riconobbi un coraggio e un’onestà intellettuale che a me mancavano. Che l’epoca della carta sia finita, che i giovani debbano reinventarsi, lo si legge ovunque. Ma è noioso sentirselo dire da coloro che di questo sistema decadente sono gli araldi; nelle loro parole non c’è responsabilità né, in fondo, una vera presa di posizione. Veronesi è uno che in questa barca, come me, come la nostra redazione e come tanti altri, ci è nato e deve imparare a guidarla senza rotta. E lo fa con serenità e senza rancore, fiducioso.

Ieri notte ho letto che il suo film è stato “sequestrato”, e lui querelato dal sindaco di Modena, l’avvocato penalista Giorgio Pighi. L’ho trovata innanzitutto una tremenda zappa sui piedi da parte di un sindaco che sarà anche padrone della materia giuridica, ma certamente non ha considerato le ricadute del suo gesto sull’opinione pubblica.

Modena al Cubo è un bel film, ha avuto successo ben oltre i confini della città e Gabriele, senza canali preferenziali, è conosciuto come un professionista impegnato e capace. Questa reazione da parte delle istituzioni è, al netto dei problemi legali che ovviamente ci auguriamo si traducano in un nulla di fatto, un riconoscimento che Gabriele Veronesi porterà con onore.

Perché oggi lui è portavoce di tutti quelli che stanno costruendo una nuova epoca, che hanno scelto di dire no alla casta senza necessariamente combatterla, ma lasciando che si spenga da sola nella propria incapacità di immaginare il futuro. Non ci interessa più seguire le orme di chi si rifiuta di riconoscerci, non ci interessa stare alle loro regole e ragionare secondo i vecchi sistemi.

Maneggiamo la rete, che è tanto più potente dei loro poveri mezzi, e siamo liberi di dire le cose come stanno, di servire la gente e non l’editore. Qualcuno comincia ad accorgersene, e come il sindaco di Modena, a spaventarsi. Per loro siamo abusivi dell’informazione e la nostra voce non può essere soffocata, perché non ha mai avuto un posto nel loro mondo. Il film Modena al Cubo parla di speculazione edilizia e di cemento, la querela contro il suo autore parla della sua forza e della libertà di chi oggi fa informazione senza padroni.

Mi fa sorridere la notizia che il film sia stato “sequestrato”. Modena al Cubo è in rete, è nei nostri computer, possiamo scaricarlo, diffonderlo, e per ogni volta che lo oscureranno ci sarà qualcuno che lo rimetterà in circolazione.

Se definiscono questa pirateria, andremo fieri di essere pirati. Se in questa epoca di crisi nessuno paga per il nostro lavoro, vuol dire che nessuno potrà dirci come farlo. E se chi è fuori dal giornalismo mainstream oggi comincia ad essere additato dal potere, significa che inizia a fare davvero paura.

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