Giornalismo 2.0 – meno giornalisticità per favore

Il titolo dell’incontro a cui ho partecipato ieri, organizzato da Youth Press Italia,  parlava chiaro: il tema era il futuro del giornalismo, ma più nello specifico i nuovi media, con particolare attenzione ai social.

Invece, si è finito a parlare d’altro.

Il programma e l’elenco relatori, che vedete qui, dicono poco di come sia svolto l’evento, che ha preso una piega imprevista ma utile a ricordare quali sono le urgenze e forse i limiti del popolo dei giornalisti d’oggi.

Ancora una volta, la parola chiave è stata “precariato”: si è ragionato di come affrontarlo sia dal punto di vista politico e collettivo, che da quello personale. Ciascuno deve trovare la sua strategia di sopravvivenza pratica e psicologica. Sentirsi allo sbaraglio, dover contare i centesimi, vivere nell’ansia della folla di concorrenti che con la bava alla bocca aspettano solo che tu dica un timido “no” per prendere il tuo posto, minerebbe anche gli spiriti più equilibrati.

Sono uscite parole come “lotta”, discussioni sul ruolo del sindacato e sulla necessità di sensibilizzare i giovani che ancora accettano di lavorare per niente. Tutti aspetti importanti della professione odierna, ma che a mio parere sarebbero da superare, pensando con più attenzione al contesto in cui viviamo.

La crisi c’è, c’è per tutti e non solo per noi, non è colpa degli editori cattivi, a mio parere l’Ordine ha delle grosse responsabilità ma questa è un’altra storia.

Nel frattempo, dobbiamo metterci gli occhiali per vedere un po’ oltre il nostro naso, e renderci conto che parte dei conflitti in cui anneghiamo sono il sintomo di un cambiamento, economico, sociale e culturale. Non ci sono buoni e cattivi, non c’è una contrapposizione reale tra dipendenti e precari, tra carta e internet, tra nuovi e vecchi media.

Non è vero che Facebook ci rende -stupidi-, impatta sulla società in modi che al momento non possiamo valutare, il cui sviluppo sarà imprevedibile. Se al momento l’uso dei social network dà luogo a fenomeni deprecabili come la crescita di aggregatori di notizie che si spacciano per giornalismo, è perché siamo in un periodo di assestamento.

Abbiamo paura dei nuovi media perché non ci siamo nati in mezzo, ci sono piovuti addosso e crediamo che i nostri figli li useranno nello stesso modo in cui lo facciamo noi, con il cervello strutturato per usare modelli informativi e di pensiero pertinenti ad un’epoca passata.

I nativi digitali sapranno leggere tra le righe di una trama che per noi è troppo fitta e ci appare un tessuto piatto, separare il vero dal falso, la superficialità dal valore.

E come non dobbiamo aver paura dei nuovi media, non ci deve spaventare il mondo nuovo che ci vede tutti freelance. La parola precario mi ha stancata, d’ora in poi sarà il più possibile bandita dal mio vocabolario. Troppo spesso (non sempre, ma spesso) diventa una bandiera all’ombra della quale piangersi addosso. Ci sono molti modi di difendere la propria dignità di lavoratore; se non posso farlo tramite un posto fisso, lo farò da libero professionista. Tra parentesi, è facile che alla fine ti ritrovi con più soldi, più tempo libero, più soddisfazioni per aver fatto cose meno noiose.

Se io avessi ragione, però, non si spiega perché siano così pochi a scegliere la strada della flessibilità. Credo che una risposta convincente la dia Silvia Bencivelli, che sul suo blog scrive cose di cui quasi sempre sottoscrivo ogni virgola:

Io sono particolarmente schizzata, ma vi giuro che per molti è più o meno così. Spesso, inoltre, facciamo cose che i non-scientifici definirebbero non-giornalistiche, e a torto (o per lo meno, in modo un po’ miope), come una traduzione o un’attività con le scuole.

Ne segue che siamo anche più fortunati della media dei nostri colleghi: lavoriamo di più e in modo più vario. E ogni tanto ci chiediamo perché gli altri non facciano come noi. In cambio di un po’ meno di giornalisticità ne avrebbero un bell’allargamento del mercato. Ma se non lo capiscono tutti, subito, in massa, a noi sta solo bene.

[…]

Noi scientifici, a margine, non soffriamo della sindrome dei quattro euro a pezzo. Non so perché, ma davvero non mi capita mai di sentire il mio coetaneo (se si parla di lavoratori alle prime armi la cosa cambia, occhei. Ma ricordiamoci di monetizzare anche l’investimento che si fa nel lavoro, per cui il pezzo viene pagato 4$ + crescitaprofessionale + contatti + speranzadicontinuarelacollaborazione + … Qui sto parlando di gente che ha qualche anno, non molti, di carriera alle spalle e che lavora per lavorare oggi, non domani), insomma dicevo: non mi capita mai di sentire il mio collega scientifico davvero molto maltrattato dai propri clienti. Forse anche perché chiamarli clienti aiuta, non so.

Non credo che siamo più intelligenti della media (cioè: a volte lo penso, ma via, giù… rimanga tra noi…). Né credo che abbiamo fatto una pensata in più rispetto agli altri su dignità e soprattutto responsabilità che il nostro lavoro ci accolla. Per me, chi accetta di lavorare per due lire è un irresponsabile e l’ho già scritto. Ma non tutti la pensano così. Semplicemente ne ragioniamo in modo quasi teorico, e poi riattacchiamo a lavorare.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s