La lezione di Darwin

Qualche giorno fa si rifletteva in compagnia su quale sarà il futuro dell’informazione. Non ho i dati in mano, ma mi sembra pacifico che i giornali stiano attraversando un periodo di crisi alla fine del quale nulla sarà come prima.

Mi diverto a pensare quali idee che si riveleranno vincenti da qui a qualche anno. Alcuni indizi ci sono già: la de-specializzazione nei modi di produzione abbinata, tiro acqua al mio mulino, a una certa specializzazione sui contenuti.

Resta la domanda fondamentale circa la futura identità dell’informazione quotidiana. Sappiamo che ormai tanti non credono più alla stampa, nemmeno a quelle testate che un tempo erano considerate autorevoli, e questo è il punto: i giornalisti non scrivono mai la verità, costruiscono narrazioni, e di norma lo fanno aggiustando i fatti. Il loro padrone, molti lo dichiarano con orgoglio, è il pubblico. Solo che così si finisce per dare al pubblico quello che vuole, e poiché la verità è spesso sgradevole, giustamente non viene inclusa tra le priorità di chi con l’informazione ci deve mangiare.

Storia a parte per chi fa giornalismo a titolo gratuito, il fenomeno risente di altri problemi, ma non è la sede.

In conclusione sembra che il giornalismo, nel tentativo spasmodico di piacere e parlare alla gente, abbia smesso di farlo. Su questo, peraltro, proliferano tremendi fenomeni quali gli aggregatori di “notizie”, che da molti sono considerati una vera fonte di informazione.

Mi sono chiesta allora: come si fa a parlare con un popolo deluso, che diffida di politici, decisori e media mainstream, ed è sempre più indispettito dalle attività di un governo percepito come distante e dispotico? O meglio, con chi queste persone vorrebbero parlare? A chi potrebbero accordare la loro fiducia?

Un suggerimento arriva dall’America (Adnkronos):

New York, 17 maggio 2012.  Warren Buffett, l’oracolo di Omaha, ha fatto shopping sul mercato editoriale, facendo comprare alla sua Berkshire Hathaway 63 giornali locali in tutta l’America per un totale di 142 milioni di dollari. «In città e piccoli centri dove c’è un forte senso della comunità non c’è nessuna istituzione più importante che un giornale locale», ha detto il miliardario diventato famoso in tutto il mondo per aver criticato il fatto di pagare, in proporzione meno tasse della sua segretaria, ispirando a Barack Obama la cosiddetta «Buffett Rule» per l’aumento dell’aliquota dai redditi milionari. La mossa di Buffett arriva in controtendenza con quella di molti investitori che invece, di fronte alla crisi che da anni investe la carta stampata americana, sono in fuga dalle testate più autorevoli del paese. Per Buffett invece – che ha acquistato da Media General quotidiani e settimanali della Virginia, North e South Carolina e Alabama, con i loro website – la stampa locale è ancora un’importante risosra economica.

Anche Giovanna Cosenza arriva a una conclusione simile, parlando di radio:

L’offerta poi si amplia e frammenta ulteriormente nella miriade di radio locali, sicché ognuno possa trovare la nicchia d’ascolto in cui più si riconosce, locale o nazionale che sia. Ed è stando al calduccio di quella nicchia che dice: “Ah, la radio, meno male che c’è la radio”.

Insieme alla riscoperta delle comunità e delle economie locali, l’informazione potrebbe davvero rinascere come espressione di fiducia tra cittadini e giornalisti, pagati per parlare di quanto è vicino e quotidiano?

Dopotutto, molte economie si sono salvate per essersi diversificate: Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti (C. Darwin).

3 responses to “La lezione di Darwin

  1. Claudio Magliulo

    Suggestivo. Da appassionato di esteri (non mi definirei uno specialista semplicemente perché ho poca pratica in merito), ti dico che serve comunque un aggregatore più ampio, in grado di impegnare risorse per gettare uno sguardo oltre il recinto ristretto delle piccole patrie. In parte si può fare già all’interno di una testata locale, credo, ma solo in parte. Vorrei continuare a leggere i reportage di Stefano Liberti dall’Africa. Certo, forse una serie di testate locali investite di autorevolezza possono accumulare capitale di consenso sufficiente a garantire l’esistenza anche di un progetto su scala nazionale/internazionale… Varrebbe la pena di pensarci.

    • beh certo il senso non è quello di cancellare le testate nazionali. Ma la riscoperta dell’informazione locale potrebbe rappresentare un nuovo mercato da esplorare per molti motivi: creare lavoro, rinsaldare il patto di fiducia tra cittadini e stampa, offrire un’utile alternativa alla noia degli ormai troppi quotidiani mainstream

  2. Ciao Lou, mi ha colpito la frase “la verità è spesso gradevole”. Ho trovato brillante un’analisi del fenomeno in “Menzogna, autoinganno, illusione” di Daniel Goleman. Oltre all’insidia dell’opportunismo, pare che il nostro cervello sia fatto più per narrare (agli altri/a noi stessi) che per analizzare oggettivamente. Il giornalismo locale aiuterà certamente il senso di comunità e già esistono investimenti in questo senso in Italia. So che non ti piacerà, ma a me gli aggregatori non dispiacciono. Io semmai userei gli strumenti nuovi (web 2.0) per parlare delle comunità (realtà quotidiana).

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