Scienziati contro giornalisti

Che poi, sono quelle guerrine d’amore, che “mi pensi poco”, “tu non mi capisci”.

Sì, il mio rapporto con gli scienziati è così, amore e scintille. Li amo perché perché come disse qualcuno “science is the neocortex of society”, perché a volte a forza di capire troppo perdono l’alfabeto dei normali.
Perché ho questa sindrome della stele di Rosetta e mi appassionano le lingue oscure.

La gente di scienza mi fa incazzare quando si comporta come se il mondo fosse una boccia persa (lo faccio anche io, ma loro di più). Soprattutto, gli scienziati mi innervosiscono quando pensano che lo sia perché masnade di stupidi non li stanno a sentire.

So che le cose che dico possono apparire stereotipi, ma per esperienza qui c’è più di un fondo di verità.

Gli scienziati confondono “comunicazione” con “giornalismo”, che se da un lato hanno punti di contatto non sono proprio la stessa cosa. Ti chiamano “esperta di comunicazione”: lo fanno con il rispetto di chi crede che tu abbia la pazienza  e la capacità di interagire con il popolo bue e quindi svolga un servizio utile.

Alcuni, pochi per fortuna, ti apostrofano così a mò di insulto.

Non è facile parlare di scienza e di ambiente come non dev’essere facile parlare di economia, perché più che mai una parola fuori posto può scaravoltare tutto.

Ma ficcanasare nel mondo della scienza apre finestre su paesaggi che altrimenti resterebbero ignoti, ti mostra la reatà come non l’avevi mai vista, ti rende più libero perché più consapevole della dinamica dei grandi sistemi.

Ti insegna la precisione, a non tirare via. A scrivere britannico come piace a me, senza le pennellate che vanno bene nei romanzi ma sporcano i contenuti. Lavorare con chi vive di scienza è tutto un “questi giornalisti, tutti cretini o venduti!” “Ah, questi scienziati, tutti dei casi umani!”.

Ma poi alla fine, come in ogni matrimonio complementare, ci si vuol bene anche per questo.

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