Piano B? Quale piano B?

La storia della miniera di carbone della Carbosulcis, i cui operai si sono asserragliati da giorni a 373 metri di profondità per protestare contro la possibile chiusura del’impianto, è stata occasione per riflettere su un aspetto poco seguito della crisi dell’industria energetica italiana: il potere del fantastico piano B.

Quando le cose non vanno, si può ammettere di aver combinato un casino, si può onestamente spiegare che la miniera chiuderà perché produce materiale di cattiva qualità. Chiaro, ci si espone alle comprensibili ire dei dipendenti, ma mettendo le carte sul tavolo sarebbe anche più semplice concertare una soluzione.

Ma la negazione è un meccanismo potente non solo in psicologia; di riflesso influenza la gestione dei sistemi sociali ed economici. In questo caso, l’asso nella manica si chiama CCS, carbon capture and storage: una tecnologia che come molti hanno scritto dovrebbe “salvare” la miniera trasformandola in un chimerico produttore di “carbone pulito”. E ad un prezzo accettabile: 200 milioni per otto anni, 1.6 miliardi di euro.

Ovviamente è abbastanza improbabile che la cosa si realizzi, anche intercettando i fondi europei destinati alla costruzione di un impianto CCS (che sono al momento spostati su Porto Tolle). A conoscere un minimo di cosa si parla, bisogna oggettivamente ammettere che si tratta di una favolosa operazione di greenwashing, in quanto la CCS è insostenibile dal punto di vista economico ed inefficiente da quello energetico.

Ma questo è solo l’ultimo episodio di una serie di inquietanti piani B che i media ci propongono in risposta ad una triste e ormai innegabile realtà. Tutte le proiezioni ufficiali confermano infatti che nei prossimi venti anni i combustibili fossili continueranno a dominare il panorama energetico, con risultati che i climatologi hanno descritto ormai da tempo.

Guardate questo documentario. Guardatelo tutto, è bellissimo (sic! c’ero anche io) ma se vi annoiate basta andare al minuto 1.00 e seguire il breve intervento di Luca Mercalli

Mercalli spiega che con un aumento delle temperature medie di 6° alla fine del secolo il fenomeno del ricaldamento globale non sarà più “pilotabile”.

Guardate questa infografica della IEA (International Energy Agency), una delle mie preferite (i miei conoscenti saranno stufi di vederla). Nella parte “Emissions Reductions” vedete in basso a destra che uno dei criteri da selezionare è lo scenario di riscaldamento globale, al 2050, cioè a metà del secolo. Due su tre di questi scenari paventano un riscaldamento di 6°, ben prima del limite temporale descritto da Mercalli. Fate due conti, e avrete un’idea della situazione di rischio.

Ora, siccome a livello mediatico istituzionalizzare un messaggio del genere non è conveniente, si sta lavorando alacremente allo sviluppo di strategie che proteggano il business as usual (BAU) nella percezione delle masse.

Tra queste, un esempio è la promozione degli idrocarburi non convenzionali, che ha assicurato al mondo un’altra manciata di decenni di energia fossile abbondante e a basso prezzo (informazioni sulle ricadute climatiche di tutto questo non sono ancora pervenute). Qui un’altra infografica bellissima che racconta qualcosa dell’hydraulic fracturing, una delle più discusse tecniche estrattive “non convenzionali”.

Risolto dunque l’oscuro presagio dell’energy shortage, come affrontare la questione speculare del cambiamento climatico o dell’inquinamento? Per esempio, catturando le emissioni e stoccandole nel sottosuolo. Oppure coltivando alghe che mangiano la CO2. Realizzando “alberi artificiali” che risucchino l’anidride e altre mille baggianate il più fantascientifiche possibile.

Articoli come questo, dal titolo eloquente “La sfida degli scienziati-stregoni”, promuovono seppur con ironia l’idea che qualche nerd se ne uscirà presto con una bizzarria salvifica, tra le molte che falliranno.

Non è così. Non esiste alcun piano B, e la tecnologia della mitigazione avanzerà ancora molto, ma nulla potrà contro l’effettiva diminuzione delle risorse disponibili e il cambiamento climatico, almeno in uno scenario BAU. Quello che sta succedendo, come spiega in due minuti questo video del Post Carbon Institute, è che

“gli analisti del picco del petrolio avevano ragione, ma l’industria dei combustibili fossili sta vincendo la battaglia mediatica”

One response to “Piano B? Quale piano B?

  1. Ciao Lou…
    Io aggiungerei la nazionalizzazione di una parte dei terreni agricoli, a complemento del fotovoltaico. Terra, quanta ne serve per dare un’alternativa ai disoccupati, ai cassaintegrati. Se ogni comune, a partire dai comuni del Sulcis, avesse un parco agricolo…
    Dopo mi guardo il documentario.

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