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Cut emissions and build resilience

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This article was first posted on IRIN

Climate change is part of the planet’s natural cycle, and its citizens have always learned to cope. But the increased global temperatures recorded over the last century point to a future where, without common action, the globe may fall – irreparably – out of kilter.

“What makes this period so challenging is that temperatures are increasing much more rapidly than we’ve ever seen in history, over a short period of time,” explains Michael Marshall, a climate change scientist at the World Agroforestry Centre in Nairobi, Kenya.

When scientists talk about a surface temperature increase of 2 degrees Celsius, conventionally adopted as the threshold to avoid the worst consequences of climate change, they refer to a global average. This means that while certain areas of the world may become just slightly warmer in the future, arid regions of sub-Saharan Africa and the Sahel are very likely to get much hotter than the rest of the planet, at worst becoming uninhabitable. Continue reading

Higgs e la cattiva matematica

Per scrivere questo articolo che è uscito oggi su Sottobosco ho avuto l’aiuto di Fabrizio Biondi, che mi ha spiegato con pazienza infinita la teoria della probabilità. Mi è piaciuto parlare di un argomento tanto battuto da un punto di vista insolito, e ho apprezzato il fatto che sia stato molto commentato su Facebook.

Una celebrità nel mondo della fisica, ma anche un caso che da anni anima la piazza della comunicazione scientifica. Intorno al bosone di Higgs (in fisica quantistica i bosoni sono le particelle che obbediscono alla statistica di Bose-Einstein) si è creata una variopinta mitologia.

Eppure oggi, all’indomani della presunta “cattura” della famigerata particella, alcuni scienziati contestano la validità dei metodi statistici su cui è basata l’intera ricerca.

Divenuto noto al grande pubblico a ridosso dell’inaugurazione del Large Hadron Collider (LHC) di Ginevra (settembre 2008), il bosone è tornato alla ribalta nelle ultime settimane, dopo la notizia che sia a Ginevra che negli USA (nell’acceleratore di particelle Tevatron, Illinois) sarebbero ragionevolmente sicuri di aver trovato evidenze della sua esistenza.

Celebrati come una svolta epocale nell’ambito della fisica quantistica, i risultati preliminari sulla ricerca della goddamn particle (trasformata nella “particella di Dio” per ragioni di marketing) sono stati presentatati lo scorso 4 luglio al seminario tenuto dal CERN a Melbourne.

La portavoce dell’esperimento ATLAS, Fabiola Gianotti, ha affermato “I nostri dati mostrano chiari segni di una nuova particella, al livello di 5 sigma, nella regione massiva intorno ai 126 GeV. L’eccezionale performance di LHC e ATLAS, unita agli imponenti sforzi di molte persone ci hanno portato a questo importante stadio”.

L’entusiasmo per il traguardo di Ginevra oscura però le voci critiche verso l’esperimento del CERN, che sono molteplici e ampiamente documentate. Uno dei più noti critici è Giulio D’Agostini, professore di Fisica delle Particelle all’Università La Sapienza di Roma e autore per il CERN di un rapporto didattico interno sull’analisi dei dati. Nella sua pubblicazione “Probably a discovery: Bad mathematics means rough scientific communication” del 2011 D’Agostini ammonisce i colleghi sui rischi di un’interpretazione grossolana dei dati.

Ci parla di questa versione alternativa dei fatti Fabrizio Biondi, dottorando alla IT University of Copenhagen e studioso di teoria della probabilità.

Dottor Biondi, cosa non va nella metodologia usata per individuare il bosone?

Il problema nasce dal fatto che i fisici del CERN usano un’interpretazione obsoleta della teoria della probabilità, e di conseguenza ne traggono metodi statistici che purtroppo non portano alle conclusioni immaginate.

Quali sono queste interpretazioni e in cosa differiscono?

L’interpretazione moderna è detta Bayesiana, che vede la probabilità come misura del grado di verità di un’affermazione. Invece ancora molti studenti e fisici si basano su un’altra scuola, detta frequentista, secondo la quale la probabilità si ottiene osservando un esperimento infinite volte nelle stesse condizioni.

Il problema è che il metodo scientifico consiste nel determinare quanto è probabile un’ipotesi rispetto a un’altra, ovvero se dai dati si legge o no che il bosone esiste con una probabilità di almeno il 99.9999%. Per motivi filosofici i frequentisti sostengono che non abbia senso calcolare la probabilità di un’ipotesi considerati i dati, in quanto un’ipotesi non ha una frequenza, e calcolano solo la probabilità dei dati assumendo per vera l’ipotesi. Nel primo caso ci si chiede “Avendo visto questi dati, che probabilità abbiamo che il bosone esista?” mentre nella seconda “Se il bosone esistesse, che probabilità avremmo di avere questi dati?”.

Una differenza così fondamentale? Sembrano cose abbastanza simili…

Sono cose molto differenti, tanto che da una non si può calcolare immediatamente l’altra. Lo spiega chiaramente D’Agostini con questo esempio: diciamo che in Italia ci siano 1000 persone, di cui metà uomini e metà donne. Diciamo che 10 italiani siano senatori, di cui 4 donne. La probabilità che un italiano sia un senatore sapendo che è una donna è dello 0,8%, ovvero 4 (senatori donne) diviso 500 (donne). La probabilità che un italiano sia una donna sapendo che è un senatore è del 40%, ovvero 4 (senatori donne) diviso 10 (senatori). Come vedi sono numeri parecchio diversi: uno è 50 volte l’altro. In generale, nulla impedisce che la probabilità di un’ipotesi assunti per veri i dati sia vicina allo zero mentre la probabilità dei dati assunta per vera l’ipotesi sia vicina al 100%.

Nello spiegare le varie fasi dell’esperimento, sono stati menzionati i “cinque sigma” che ogni scoperta fisica deve passare per essere considerata valida. In merito a questo, è stato affermato che ‘C’è meno dello 0.0001% di probabilità che i dati siano frutto di una fluttuazione statistica casuale’. Quindi siamo sicuri?

La prima cosa è vera, la seconda è falsa. Il fatto è che questi “cinque sigma”, ovvero che i dati rientrano entro 5 deviazioni standard, vuole dire semplicemente che la probabilità che vengano prodotti quei dati, ammesso che l’ipotesi secondo cui il bosone esiste sia errata, è praticamente zero. Attenzione però: la probabilità dei dati data l’ipotesi, non la probabilità dell’ipotesi dati i dati.

Se ti sembra una sottigliezza ricordati il discorso di prima: possono essere sono valori anche diversissimi. La probabilità dei dati data un’ipotesi non è la probabilità che l’ipotesi sia vera dati i dati raccolti o la probabilità che i dati non siano frutto di fluttuazioni statistiche.

Leggendo con attenzione i comunicati ufficiali, infatti, si vede che parlando dei sigma e di “dati compatibili con l’esistenza di una particella”, non si dice che la probabilità che il bosone esista sia alta. Questo perché tale probabilità non è stata calcolata, e non si può calcolare utilizzando tecniche frequentistiche.

The Limits to Growth, 40 anni e non sentirli

Lo studio, realizzato nel 1972 da un team di ricercatori del MIT guidati da Dennis Meadows, ha vissuto nelle ultime decadi una storia di alti e bassi.

Commissionata dal Club di Roma, la ricerca presentava una proiezione integrata del futuro dell’umanità tenendo conto di una serie di modelli predittivi relativi a cinque parametri fondamentali: popolazione, produzione di cibo, produzione industriale, inquinamento, consumo delle fonti non rinnovabili. Questo celebre grafico ne illustra i risultati:

La tesi generale emersa dallo studio sostiene che se l’attuale tasso di crescita della popolazione, dell’industrializzazione, dell’inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse continuerà inalterato, i limiti dello sviluppo su questo pianeta saranno raggiunti in un momento imprecisato entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un declino improvviso e incontrollabile della popolazione e della capacità industriale.

Dopo un periodo di interesse seguito alla sua pubblicazione, che ha fatto di Limits to Growth (LtG) una pietra miliare nell’ambito degli studi sistemici sulla sostenibilità, negli anni ’80 e ’90 il rapporto fu duramente criticato, e ne fu negata la credibilità scientifica.

La critica più nota, presentata tra gli altri da alcuni premi Nobel, sostiene la capacità dell’uomo di dotarsi di tecnologie in grado di risolvere la crisi energetica e demografica.

Solo negli ultimi anni l’interesse verso LtG sembra essersi riacceso, anche a fronte della crisi economica che ha messo in luce le debolezze del nostro sistema di sviluppo. Alcune tra le ultime pubblicazioni che lo riprendono sono di Graham Turner (2008) e Ugo Bardi (2011).

In particolare, lo studio di Graham prende in esame i modelli proposti dal team di Meadows e li incrocia con i dati effettivamente raccolti negli ultimi 30 anni. Ecco il risultato (grafico pubblicato su Smithsonian):

Facendo clic sulla figura per ingrandirla, si vede come gli andamenti osservati nell’ultimo trentennio (riga piena) corrispondano in modo sorprendente al modello dei ricercatori del MIT nel 1972 (riga puntinata). Possiamo concludere che le previsioni per i prossimi decenni, in uno scenario business as usual, siano più verosimili di quanto molti detrattori abbiano sostenuto finora.

Già nel 1972 la ricerca sosteneva che la mitigazione del rischio fosse possibile, e sottolineava il ruolo significativo delle politiche di governo nazionali e internazionali per scongiurare il pericolo di un tracollo brutale e la perdita di molte vite umane. Lo shock energetico avrebbe comunque avuto luogo, ma in base ai provvedimenti dei governi avrebbe potuto essere più o meno grave.

Dall’epoca della prima pubblicazione di LtG, poco o nulla è stato fatto in termini di mitigazione, e oggi i risultati della crisi cominciano ad assumere un aspetto terrificante. Ecco cosa si legge oggi sul Fatto Quotidiano. E stando a quanto dice Loretta Napoleoni, ma ormai è sentire comune, il problema non è solo della Grecia.

A quarant’anni dalla sua prima pubblicazione, dunque, il rapporto Limits to Growth ha ancora molto da insegnare. Forse ora, con un ritardo che per alcuni è già irreparabile, qualcuno comincerà a pensarci sopra.

Da leggere:

Graham Turner (2008). “A Comparison of `The Limits to Growth` with Thirty Years of Reality”. Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO)

Ugo Bardi (2011). “The limits to growth revisited”. Springer editions.

Non lascio l’Italia – la voce di chi resta

Un paio di post addietro ho ospitato l’intervento di un amico giornalista che è andato a vivere e lavorare in Inghilterra. La sua è una storia di successo, che l’ha però costretto a un grande sacrificio, lasciare l’Italia.

E probabilmente, chi lo fa ha buone prospettive di non tornarci più, perché all’estero non esistono gli Ordini e i titoli acquisiti valgono poco o niente sul nostro mercato.

Ci tenevo però a lasciare spazio a qualcuno che avesse fatto una scelta diversa, perché la regola aurea del mestiere (oltre a quella di fare la domanda del cretino, ovviamente) è di sentire tutte le campane. La mia è arcinota a chi mi conosce, e preferisco che questo blog diventi un luogo di confronto senza scadere nell’autoreferenziale.

L’ospite di oggi è un caro amico, Gerardo Adinolfi, che per questo blog ha scritto un accorato intervento raccontando la sua esperienza, le sue speranze e soprattutto perché ha scelto di restare in Italia. Eccolo:

Io all’estero ci sono stato, per motivi di studio. Ci sono stato perché penso debba essere una tappa obbligata nella vita di ognuno. Ti consente di aprire la mente, conoscere costumi, culture e tradizioni diverse, sentirti parte di un qualcosa che va oltre. Sentirsi, in poche parole, cittadini del mondo. Sono stato metà anno in Finlandia e non nego che l’idea di non ritornare più c’è stata, e non poche volte. Ma poi ho deciso di tornare, e non per malinconia, o semplice sentimentalismo. Ma perché il mio obiettivo, il mio desiderio, è sempre stato quello di diventare giornalista, in Italia.

In Italia perché è qui che sono cresciuto, è qui che vorrei rendermi socialmente utile ed è qui che vorrei contribuire a un cambiamento. Tutte utopie, forse, considerata la criticità del mercato del lavoro italiano non è il momento di avere capricci e “sogni”. Il mio è quello di diventare un giornalista d’inchiesta. Ma per il momento ho ancora tanta gavetta da fare. Un sogno, però, l’ho realizzato: quello di scrivere un libro.

Si chiama “Dentro l’inchiesta. L’Italia nelle indagini dei reporter” ed è una delle più grandi soddisfazioni che mi sia mai tolto. L’ho pubblicato senza pagare nulla, trovando una casa editrice, seppur piccola, seria e che ha creduto in quel che ho proposto e scritto. E mi sono divertito, e mi diverto ancora, a girare l’Italia per presentarlo. Anche se il pubblico presente, la maggior parte delle volte, non raggiunge neanche la doppia cifra. E’ stato adottato in qualche corso universitario, e questo basta a rendermi orgoglioso.

Giornalista, sulla carta, e per l’Ordine lo sono. Sono diventato professionista nel novembre 2011, a 24 anni, dopo un esame di Stato in cui è stato bocciato quasi il 50% dei praticanti. Causa la troppa severità dei commissari, o il clima funesto che ruota oggi intorno al mondo del giornalismo, dove tutti sono nemici di tutti. E tutti hanno paura di tutti. Sono diventato professionista a novembre, ma già da maggio lavoro a Repubblica, nella redazione locale di Firenze. Mi occupo di cronaca locale, e soprattutto del sito internet. Questa di Repubblica è la mia prima vera esperienza in una redazione. Prima di Repubblica ho lavorato come collaboratore alla redazione emiliano-romagnola de Il Fatto Quotidiano e, per due mesi nel 2010 sono stato in stage al Corriere Fiorentino, l’edizione locale del Corriere della Sera.

Stage che ho avuto l’opportunità di fare tramite la Scuola di Giornalismo, che ho frequentato a Bologna. Due anni, 18 mesi di praticantato, e 12 mila euro di tasse. La Scuola, tanto amata, tanto odiata. La Scuola di Giornalismo è stato uno dei motivi che mi ha fatto rientrare in Italia. E’ stato sempre un mio sogno farla. E non la rimpiango. Per fare la scuola sono andato via di casa (sono di Nocera Inferiore, provincia di Salerno) mi sono laureato quasi prima del tempo e, grazie al supporto dei miei genitori (che non ho sfruttato né mi riconosco in quelli che dicono: “Hai fatto la scuola sulle spalle dei tuoi”) sono riuscito ad entrare alla Scuola di Bologna.

Alle selezioni eravamo in 200 a Bologna, in 250 a Roma. Ne siamo entrati in 30, per gli altri 170 che non sono riusciti ad entrare (magari non per loro demeriti, ma anche per sfortuna) la scuola diventa, improvvisamente, qualcosa da cui rifuggire. E quelli che la frequentano una massa di polli da batteria, figli di papà, raccomandati.

Le scuole di giornalismo hanno tanti pregi, e anche tanti difetti. Se è vero che giornalista si diventa, con l’esperienza e la conoscenza, se non c’è quel dono innato che non è tanto il saper scrivere bene ma l’occhio critico e la curiosità serve a poco. Alla Scuola di giornalismo di Bologna ho trovato tanti aspetti positivi, come la preparazione dei tutor, le attrezzature tecniche, il contatto umano che si è instaurato con i giornalisti che ci hanno seguito e che anche dopo la fine dei corsi sono rimasti dei maestri a cui chiedere consiglio e trovare sicurezza.

Certo è che, se non vuoi imparare, nessuno ti costringerà mai a farlo. Non si impara ad usare una telecamera se non la si prendere spontamente in mano e si va in giro per la città. Non si impara a sapersi orientare in un tribunale se di buon mattino non ci si alza e si vaga per le aule in cerca di qualche processo da osservare. La scuola a me è servita soprattutto per capire se fossi quantomeno un po’ portato per il giornalismo, e per mettermi alla prova. E anche per diventare professionisti, perché per me frequentare una scuola di giornalismo non è una scorciatoia ma una possibilità.

“Di 30 persone una decina troverà lavoro, gli altri qualche collaborazione, qualcuno cambierà mestiere”. E’ stato uno dei primi insegnamenti che ricordo di aver ascoltato durante le lezioni del primo anno. Perché la scuola non ti assicura il lavoro, pur pagando una bella cifra economica”. Ed è giusto così. Sarebbe scorretto per quanti non hanno la possibilità di farla. O semplicemente non la ritengono utile.

Nel precedente racconto del ragazzo che è andato in Inghilterra a studiare e lavorare lui afferma: purtroppo il cugino dell’amico giornalista non l’ho ancora conosciuto e se lo conosco non è ‘nel giro’. Neanche io conosco il cugino dell’amico del giornalista e non l’ho mai conosciuto né ho intenzione di conoscerlo. Non ho parenti giornalisti (e no, non sono parente neanche alla lontana di Mario Adinolfi) né medici, o notai o politici.

E’ vero che il mercato italiano sarebbe da rivoluzionare. Contratti spesso in nero, giornalisti che vengono pagati pochissimo (me compreso eh), pagati 5 euro a pezzo e senza rimborsi neanche delle telefonate. I giornalisti in Italia sono tanto, sono 110.000 gli iscritti all’Ordine nel 2010 e più della metà di questi sono “invisibili”, cioè non versano nessun contributo all’Inpgi (colpa, appunto, di contratti a nero o irrisori). Ma se tutte le persone in gamba scappano all’estero, in Italia chi rimarrà? Solo raccomandati e incapaci?

Economia for Dummies – cosa sono i titoli di stato

Nessuno lo ammetterebbe mai, soprattutto tra noi giornalisti che amiamo spacciarci per tuttologi. Ma in economia siamo molto ignoranti.

Capita talvolta che io superi la vergogna e faccia il mio mestiere, cioè porre la fatidica domanda del cretino. Stavolta ci è andato di mezzo il mio amico Luis Patrizi, che lavora nell’ambito finanziario e, da ospite esterno (e politicamente estraneo) a questo blog, mi ha spiegato in modo approfondito come funzionano i titoli di stato.

[E non dite “lo sapevo già” perché non ci credo :”) ]

Quando si parla di debito pubblico si parla di soldi che lo stato ha chiesto in prestito. A chi? A tutti coloro che sono stati disposti a prestaglieli: singoli cittadini, banche, assicurazioni, fondi pensioni, fondi comuni di investimento, governi stranieri etc.

Come avvengono i prestiti? Si dice in gergo che lo stato “emette titoli di stato” (o titoli di debito, o obbligazioni…). Cosa significa? Significa che gli “investitori” (o obbligazionisti, o creditori), cioè tutti coloro che prestano soldi allo stato, comprano titoli di stato che frutteranno a loro tot interessi.

Ad esempio, io do allo stato 95 euro e lui mi restituisce a fine anno 100: significa che io ho acquistato un titolo di stato annuale con un rendimento annuo del 5,26 % circa.

Questi prestiti avvengono sotto forma di “asta”, da qui il nome “asta dei titoli di stato”. Gli stati, periodicamente, indicono delle aste per raccogliere prestiti che dovranno restituire entro un certo orizzonte temporale. Ad asta avvenuta, si può stabilire qual è l’interesse che lo stato dovrà pagare a tutti coloro che gli hanno prestato i quattrini per quel determinato orizzonte temporale. Quel tasso di interesse (cioè quello che permette allo stato di raccogliere i soldi il giorno dell’asta) è quello che viene definito “rendimento all’emissione”, limitatamente a quell’orizzonte temporale.

Il gioco però non finisce qui. Già 1-2 giorni dopo l’asta, o a volte anche subito dopo, a seconda dei casi, tutti coloro che hanno deciso di partecipare all’asta e prestare soldi allo stato possono rivendere gli stessi titoli a qualcun altro.

Ad esempio: io partecipo oggi all’asta per un prestito annuale, a fine asta il tasso di interesse annuo definito è circa il 5,26%, quindi per ipotesi io presto allo stato 95 euro e lui tra 365 giorni mi restituisce 100 (ipotizziamo un anno da 365 giorni esatti); in gergo si direbbe che ho acquistato all’emissione un titolo di stato annuale al 5,26%.

Il giorno dopo l’asta io mi rendo conto che ho bisogno di soldi e non mi bastano i soldi che ho sul mio conto corrente. Cosa faccio? Non sono costretto ad aspettare un anno affinchè lo stato mi restituisca 100 euro e nemmeno sono costretto ad aspettare che la mia azienda mi paghi lo stipendio a fine mese: posso rivendere immediatamente sul mercato quel titolo di stato che ho acquistato all’asta il giorno prima. Ma a che prezzo? Al prezzo di mercato, cioè al prezzo al quale trovo qualcuno disposto a comprarmelo. Se sono fortunato, oppure ho scelto il momento opportuno, trovo qualcuno che è disposto a comprare ad un prezzo più alto (ad esempio 96) rispetto a quello che ho pagato io; altrimenti potrebbe andarmi male e potrei trovare qualcuno disposto a pagare solo di meno rispetto a quello che ho pagato io ed in questo caso ci perderei.

Ipotizziamo che io sia stato fortunato e il giorno dopo abbia rivenduto il titolo a 96. 

A questo punto è utile definire alcuni valori: 

95 è il prezzo al quale il titolo è stato emesso il giorno dell’asta.

96 è il prezzo di mercato al quale io ho venduto il titolo il giorno dopo l’asta.

5,26% circa è il rendimento annuale del titolo, che scade dopo 365 giorni, definito il giorno dell’asta.

Il tizio, che ha comprato il titolo da me a 96, riceverà esattamente come me 100 a scadenza, però dopo 364 giorni e non più 365 (364 perchè ha comprato il titolo un giorno dopo di me. Lo stato restituisce i soldi con gli interessi nel medesimo giorno, però il tizio che ha pagato 96 dovrà attendere un giorno in meno dato che ha acquistato il titolo un giorno dopo l’asta. Se avesse comprato il titolo 2 mesi dopo l’asta, avrebbe dovuto attendere 10 mesi ect ect) : la differenza tra me e lui è che io avevo spuntato un rendimento annuo del 5,26% circa (cioè presto 95 e dopo 365 giorni ottengo 100), mentre il tizio che ha comprato da me il titolo a 96 ha spuntato un rendimento del 4,18% circa annuo (cioè ha comprato qualcosa a 96 e dopo 364 giorni otterrà sempre 100)

Dal punto di vista dello stato è importante sia il tasso di interesse definito all’emissione (cioè il 5,26%), sia il tasso di interesse di mercato, cioè quello che emerge dagli scambi che avvengono sul mercato (ossia il 4,18%).

Erroneamente si potrebbe pensare che allo stato interessi solo il tasso di interesse che viene definito il giorno dell’asta, dato che è quello che lui deve pagare per raccogliere denaro. In realtà gli stati indicono le aste periodicamente e, quindi, all’asta successiva il tasso di interesse che emergerà sarà un tasso di interesse molto vicino a quello di mercato valevole per il medesimo orizzonte temporale, cioè al tasso di interesse, per l’orizzonte temporale considerato, che emerge dagli scambi i giorni precedenti all’asta o anche un istante prima che finisca l’asta.

Infine dobbiamo aggiungere alcune note:

1) Per semplicità abbiamo utilizzato un esempio con titoli di stato annuali senza cedole. In realtà esistono titoli di stato con scadenze diverse e pagamenti differenti.

2) L’unità di misura che si utilizza per quantificare l’ammontare di titoli di stato emessi (ma il discorso si può estendere a tutte le obbligazioni), ovvero la “quanto” lo stato si è indebitato all’asta, non viene espresso con il “numero di obbligazioni” emesse. Non si dirà, cioè, sono state emesse tot obbligazioni a tot prezzo. Si dirà ,invece, che è avvenuta un’asta di titoli di stato per un valore nominale di tot ad un prezzo di tot%.

Torniamo al nostro esempio. Ipotizziamo che il giorno dell’asta siano stati raccolti dallo stato 4.750.000.000 € e dopo 365 giorni lo stato debba rimborsare 5.000.000.000 € ,-il rendimento all’asta è appunto 5,26% annuo – in questo esempio il valore nominale emesso corrisponde a 5.000.000.000 €.

Dato che 4.750.000.000 è il 95% di 5.000.000.000, si dirà che il prezzo di quel titolo all’emissione è il 95% del valore nominale. I 100 euro, che in teoria dovevamo ricevere a scadenza, corrispondevano al valore nominale da noi sottoscritto.

3) Quando si vuole isolare l’effetto di una singola variabile, in economia si ragiona “ceteris paribus”; cioè a parità di tutte le altre circostanze. Tornando alle aste di titoli di stato, per lo stato è ovviamente preferibile spuntare in asta un tasso di interesse il più basso possibile,”ceteris paribus”.

Bisogna specificarlo perchè in realtà i tassi di interesse possono mutare per altri motivi; cioè per decisioni della Banca Centrale ma questo esula dal nostro ragionamento. Quindi diciamo che, “ceteris paribus”, allo stato (cioè al debitore o “emittente” di titoli di stato) conviene spuntare in asta un tasso più basso possibile.

La voce di chi ha deciso di andare

A volte pensiamo che questa crisi dell’editoria sia una fatalità senza alternative. Pensiamo che l’unica possibilità sia cambiare lavoro, farci la guerra tra poveri, farci raccomandare. Certamente questi sono scenari possibili, con esiti a volte perfino positivi (soprattutto nell’ultimo caso).  Proprio oggi ho fatto due chiacchiere attorno a un tavolo con alcuni colleghi di un coordinamento di precari, tornandomene a casa più scoraggiata di prima. Apprezzo il fatto che esista ancora chi si preoccupa di cose dimenticate come equità, salari, solidarietà tra colleghi, eppure ho avuto l’impressione che intorno a quel tavolo fossimo come un guscio di noce nel mare.

Così, ho deciso di proporre una voce diversa e a suo modo positiva, anche se per molti di noi destinata a rimanere utopia. Daniele Fisichella ha studiato giornalismo alla City University di Londra e oggi è Community Involvement Officer per la Peterborough Community Radio.

Abbiamo parlato via Facebook, dove lo avevo contattato per chiedergli informazioni sul mercato del giornalismo inglese, e mi ha spiegato perché secondo lui studiare lì è un investimento migliore che farlo in Italia:

In Italia, a Bologna, avevo un lavoro da giornalista piu’ o meno stabile (a volte part time, a volte full time, a volte non ti chiamavano proprio) e delle prospettive poco chiare (ti dicono sempre ‘c’e’ molta competizione’, ‘bisogna fare sacrifici’ e’ ‘bisogna accettare qualsiasi lavoro, anche gratis’, di solito a dirtelo sono i capiredattori che un bello stipendio fisso ce l’hanno e nessuno glielo tocca).

Comunque sono andato a Londra per fare un master in giornalismo alla City University of London, presentata come una prestigiosissima università con un corso di giornalismo che ha sfornato tra i volti più noti della BBC e non solo. Il corso si è dimostrato all’altezza delle aspettative, anzi forse ha superato le aspettative per livello di impegno richiesto e professionalità di professori e colleghi.

Il mio inglese non esattamente oxfordiano all’inizio ha contribuito a rendere l’anno di studi ancora più difficile se vogliamo ma non per questo meno interessante ed entusiasmante. Poi ho trovato lavoro praticamente il giorno dopo, mi sono dovuto spostare a Peterborough, dove da più di un anno sono responsabile di una Community Radio.

Senza entrare nei dettagli in questi anni ho avuto l’impressione che il giornalismo fuori dall’Italia sia un’altra cosa: per il modo in cui è fatto (piu’ precisione, meno approssimazione, costante ricerca di argomenti nuovi), per le tecnologie che vengono usate e per il livello di creativita’ e di interessi che veniva richiesto anche agli studenti come noi.

Il corso che ho fatto era dedicato solo a studenti internazionali si chiama ‘International Journalism’ e si possono scegliere due percorsi (carta stampata e radio/Tv). E’ durato 9 mesi (settembre-Luglio, ma con almeno 2 mesi di pausa di lezioni in mezzo). All’inizio erano piu’ lezioni, tipo 4 o 6 ore al giorno massimo, ma alla fine era più un ‘lavoro’, perché dovevi preparare dei pezzi, discuterne col tuo caporedattore (il prof) e realizzarli da solo o con i colleghi. Ricordo di aver passato settimane intere, inclusi i weekend, al dipartimento che però è attrezzatissimo e rimane sempre aperto.

C’era anche gente che lavorava da casa ovviamente, considerato che le distanze londinesi sono notevoli.

E’ costato 7.400 sterline, all’epoca praticamente l’ho pagato in euro perche’ il cambio era quasi pari. Ovviamente sì, è caro ma non credo che un master in Italia costi di meno. A Londra vivevo con 1.000 euro al mese (escluse le tasse universitarie), ci bastavano per pagare l’affitto (550-600 euro), mangiare, uscire e ogni tanto andare a qualche cinema, concerto…ovviamente il 31 del mese il mio conto era a due cifre. Niente a che vedere con le cose che ti puoi permettere in Italia con gli stessi soldi, purtroppo a Londra i soldi sono essenziali: se ne hai pochi di Londra non riesci a vedere molto, però anche quel poco è significativo e se è per poco tempo si può affrontare, secondo me.

Sicuramente si può osservare che la crisi che in questi anni si abbatte sull’Italia e sull’eurozona colpirà presto anche il resto del mondo, e quindi il mercato dei media in UK tra qualche tempo potrebbe essere depresso proprio come da noi. Ma forse, una differenza sostanziale sta nella mentalità, che crisi o non crisi fa comunque la differenza:

Il giornalismo e’ extra competitivo anche qua, per ogni posto di lavoro specialmente a Londra si presentano centinaia di candidati ed è veramente difficile anche essere chiamati per un colloquio. Anche qui si comincia con i tirocinii (almeno ti pagano i trasporti e il pranzo però) e la gavetta la fanno tutti. Però c’è una differenza enorme con l’Italia, anzi due. La prima: se lavori i tuoi diritti di lavoratore vengono riconosciuti dal primo giorno: contratto, ferie, contributi e via dicendo. Non ti pagano in nero e non esiste il lavoro interinale in questo campo.

Secondo: le offerte di lavoro ‘reali’ esistono. Vengono pubblicate sui siti con tanto di salario e mansioni specificate. Hai mai visto una cosa del genere su un sito italiano? Anche i tanto strombazzati InfoJobs e via dicendo?

Ecco questa è la differenza: le persone ‘normali’ che sono fuori ‘dal giro’ possono benissimo trovare lavoro e competere anche contro gli inglesi. Chiaro come stranieri non potremo forse scrivere sul Guardian o neppure su un giornalino locale finché il nostro inglese non sarà talmente fluido da conoscere espressioni di gergo, però posti come produttore, web designer, o comunque tutti quei ruoli che implicano un uso non esteso della lingua ma che hanno elementi di giornalismo in sé, rappresentano una opportunità per tutti.

 Secondo me tra stare in Italia ad aspettare che l’amico del cugino di un tuo amico che conosce un giornalista ti dia l’opportunità di fare quello che ti piace pagandoti pure, e venire qua e iniziare a cercare lavoro, trovarlo ed iniziare la propria carriera, io direi che la seconda opzione è la migliore.  Ah, e io tra parentesi non vedrei l’ora di tornare in Italia ma purtroppo il cugino dell’amico giornalista non l’ho ancora conosciuto e se lo conosco non è ‘nel giro’.

I dolori del giovane giornalista ambientale

Parlando di giornalismo ambientale, e soprattutto scientifico, in genere si fa riferimento a uno di quei famosi “giornalismi” che compongono l’oceano di un’informazione in continuo cambiamento. La metafora dell’acqua, in effetti, mi pare azzeccata per indicare un flusso di informazioni che oggi fatica ad essere incasellato in uno schema tradizionale. Ecco dunque i “giornalismi”, che sono tutto e niente. Molti direbbero “giornalismo di serie b”, ma questo viene detto di tutti i fenomeni nuovi che non rispondono ai modelli convenzionali. Immagino che qualcuno, nei primi anni Novanta, abbia pensato a internet come a un fenomeno marginale.

Fatto sta che certamente l’ambiente e la scienza sono due temi che piacciono poco ai quotidiani e in generale ai media mainstream. Il motivo potrebbe essere che sono difficili da trattare, mentre la gente vuole leggere e capire in fretta. Ma anche l’economia è una disciplina difficile, su cui il pubblico è mediamente molto ignorante, eppure viene trattata sempre più spesso anche dai periodici generalisti. Ecco, in tempo di crisi è importante sapere cos’è un Bund o un Btp, ma questa è anche l’epoca del cambiamento climatico, per dire. E’ l’epoca in cui il nostro paese becca secchiate di multe dall’Europa perché inquina troppo e investe poco in tecnologie. Per non parlare di quanto ci saranno utili le rinnovabili per fronteggiare il paventato shock energetico.

Cos’è allora che rende l’ambiente e la scienza tanto ostici da trattare? Innanzitutto gli spazi. Parlare di scienza correttamente richiede un certo spazio. Se guardate i blog di Aspo (di cui ho l’onore di essere addetta stampa da poco tempo) o il blog di climatologi Climalteranti, che pure fanno un bel lavoro di divulgazione, vi troverete post dal formato decisamente anti-internettiano. La prima regola della scrittura online è la sintesi, ma certi argomenti non possono essere riassunti più di tanto, pena una semplificazione eccessiva. Così, tra i due mali vince il minore, e molti articoli che parlano di scienza sono lunghi ben oltre il consueto formato da quotidiano o da portale generalista. Ma è anche una questione di ritmo: quasi mai, in ambiente e in scienza, c’è la notizia. Certo, in ambito scientifico esce ogni tanto qualche scoperta accattivante per il grande pubblico, o succede qualche catastrofe che dà l’occasione di spiegare fenomeni ambientali ostici come il cambiamento climatico, ma si va poco oltre. Come insegnano certi quotidiani, quello che il lettore vuole non è sapere cosa è importante, ma ascoltare una storia. Se si riesce a raccontare in questo modo un fatto cruciale, allora va bene, ma se non lo si può trattare in questo modo significa che non è “notiziabile” e viene messo da parte. Come si spiega il concetto di resilienza, per esempio? Come si spiega il cambiamento climatico senza banalizzarlo? Non è facile, eppure questi concetti sono importanti tanto quanto altre nozioni di carattere politico o economico. La soluzione per molti giornalisti scientifici è abbandonare il quotidiano per le riviste specializzate, che lasciano più spazio all’approfondimento. In questo modo, però, scienza e ambiente continuano ad essere relegati nel recinto dell’informazione “specializzata”, che raggiunge un numero ristretto di persone, peraltro già interessate all’argomento.

Altrimenti, c’è l’opzione “novità di prodotto” (che viene divulgata per far vedere quanto vivere green possa essere fico). L’ultimo iPhone per i maniaci della tecnologia – in fondo anche questa è scienza – e l’ultima macchina elettrica per chi vuole far l’ambientalista ma con stile. Anche questo modo di fare informazione, che sembra per ora l’unico (catastrofi a parte) per attrarre il pubblico verso il tema della sostenibilità, non mi piace. Anzi, per me queste sono marchette.

Siccome amo lottare contro i mulini a vento, a me piace pensarla un po’ come una sfida: è possibile fare entrare l’ambiente e magari anche la scienza nell’agenda dei quotidiani senza che debba morire della gente per un’alluvione? O senza dover vendere qualcosa? Io sono sicura di sì, bisogna solo trovare il modo giusto per arrivarci.

Il Conto Energia

Il mio ultimo approfondimento su Giornalettismo.

Che cos’è, come funziona e perché l’ultimo Conto Energia, il numero quattro, ha provocato tante discussioni.

Giornalettismo

Da questa settimana collaboro con il quotidiano online Giornalettismo.

La mia prima inchiesta riguarda la crescita dei prezzi degli alimenti e in particolare del caffè. Ho cercato di fare un po’ di chiarezza sui meccanismi finanziari che regolano le perturbazioni del mercato, causando l’aumento del costo di molti beni di prima necessità. Non sono esperta di economia ma mi sono avvalsa della consulenza di persone ferrate in materia (che ringrazio molto!).

Trovate l’articolo qui.