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How will cheap oil affect clean energy?

Over the last few weeks I’ve been trying to make sense of the debate around falling oil prices. A barrel (159 litres) of Brent crude oil, the main benchmark for oil trading worldwide, fell under 50US$ last month.

I found this infographic (click to open the original) that shows how oil prices, far from being just a matter of availability of the raw material, are regulated by financial, natural and political factors.

oil price

The chart shows the variation of oil prices over the past 30 years, ending in 2014 with 104US$ per barrel. Imagine a decreasing curve even steeper than in 2009, when prices dropped as a result of the financial crisis in 2008.

Now analysts have been wondering what the recent fall may mean for the fossil fuel industry and its stakeholders. For example shale gas, which in the past few years boomed as a cheaper alternative to oil, won’t be as competitive as before. Good news for the environment, as the controversial extraction technique used to produce shale gas, hydraulic fracturing or fracking, is known to have severe environmental impacts.

But cheaper oil also means cheaper petrol, so for example more and bigger cars on the streets.

Also, cheap oil seems to be damaging the clean energy industry, that was just recently starting to catch up with fossil fuels, thanks to subsidies, technological breaktrhoughs and high fossil fuel prices.

Last December, at the UN conference on climate change in Lima, I spoke with a few scientists and members of the private sector about how to promote the transition to a climate friendly economy. All of them stressed the importance of the cooperation between private and public sector. They believe that governments won’t be able to bridge the gap between the current carbon based economy and what’s needed to mitigate and adapt to climate change. The private sector has to step in with money and capacity for implementation, but a climate friendly industry there is need of an ‘enabling environment’.

In other words, investors won’t go for renewables if they have a cheaper and more profitable option.

But there are other factors playing a part, that are unique to the current socioeconomic context. For example, diesel is today less relevant in the global energy mix, so the development of renewables is not affected as heavily as in the past.

Big oil companies are cutting their investments, and though this could potentially reduce the availability of oil resetting the prices, some say this time recovery could be more difficult, due to the implementation of carbon pricing and incentives for clean energy development.

My conclusions so far somehow overlap with the starting point of this video (strongly recommended, very clear and informative) . The volatility of oil price affects the global economy in a such a complex way that drawing an ultimate conclusion on the benefit or damages of a new age of cheap oil would be misleading.

How this will affect clean energy progress will also depend on how long the prices will stay low, what type of incentives the international community will put in place globally as well as locally, what sanctions will be issued to discourage countries from relying on fossil fuels.

Piano B? Quale piano B?

La storia della miniera di carbone della Carbosulcis, i cui operai si sono asserragliati da giorni a 373 metri di profondità per protestare contro la possibile chiusura del’impianto, è stata occasione per riflettere su un aspetto poco seguito della crisi dell’industria energetica italiana: il potere del fantastico piano B.

Quando le cose non vanno, si può ammettere di aver combinato un casino, si può onestamente spiegare che la miniera chiuderà perché produce materiale di cattiva qualità. Chiaro, ci si espone alle comprensibili ire dei dipendenti, ma mettendo le carte sul tavolo sarebbe anche più semplice concertare una soluzione.

Ma la negazione è un meccanismo potente non solo in psicologia; di riflesso influenza la gestione dei sistemi sociali ed economici. In questo caso, l’asso nella manica si chiama CCS, carbon capture and storage: una tecnologia che come molti hanno scritto dovrebbe “salvare” la miniera trasformandola in un chimerico produttore di “carbone pulito”. E ad un prezzo accettabile: 200 milioni per otto anni, 1.6 miliardi di euro.

Ovviamente è abbastanza improbabile che la cosa si realizzi, anche intercettando i fondi europei destinati alla costruzione di un impianto CCS (che sono al momento spostati su Porto Tolle). A conoscere un minimo di cosa si parla, bisogna oggettivamente ammettere che si tratta di una favolosa operazione di greenwashing, in quanto la CCS è insostenibile dal punto di vista economico ed inefficiente da quello energetico.

Ma questo è solo l’ultimo episodio di una serie di inquietanti piani B che i media ci propongono in risposta ad una triste e ormai innegabile realtà. Tutte le proiezioni ufficiali confermano infatti che nei prossimi venti anni i combustibili fossili continueranno a dominare il panorama energetico, con risultati che i climatologi hanno descritto ormai da tempo.

Guardate questo documentario. Guardatelo tutto, è bellissimo (sic! c’ero anche io) ma se vi annoiate basta andare al minuto 1.00 e seguire il breve intervento di Luca Mercalli

Mercalli spiega che con un aumento delle temperature medie di 6° alla fine del secolo il fenomeno del ricaldamento globale non sarà più “pilotabile”.

Guardate questa infografica della IEA (International Energy Agency), una delle mie preferite (i miei conoscenti saranno stufi di vederla). Nella parte “Emissions Reductions” vedete in basso a destra che uno dei criteri da selezionare è lo scenario di riscaldamento globale, al 2050, cioè a metà del secolo. Due su tre di questi scenari paventano un riscaldamento di 6°, ben prima del limite temporale descritto da Mercalli. Fate due conti, e avrete un’idea della situazione di rischio.

Ora, siccome a livello mediatico istituzionalizzare un messaggio del genere non è conveniente, si sta lavorando alacremente allo sviluppo di strategie che proteggano il business as usual (BAU) nella percezione delle masse.

Tra queste, un esempio è la promozione degli idrocarburi non convenzionali, che ha assicurato al mondo un’altra manciata di decenni di energia fossile abbondante e a basso prezzo (informazioni sulle ricadute climatiche di tutto questo non sono ancora pervenute). Qui un’altra infografica bellissima che racconta qualcosa dell’hydraulic fracturing, una delle più discusse tecniche estrattive “non convenzionali”.

Risolto dunque l’oscuro presagio dell’energy shortage, come affrontare la questione speculare del cambiamento climatico o dell’inquinamento? Per esempio, catturando le emissioni e stoccandole nel sottosuolo. Oppure coltivando alghe che mangiano la CO2. Realizzando “alberi artificiali” che risucchino l’anidride e altre mille baggianate il più fantascientifiche possibile.

Articoli come questo, dal titolo eloquente “La sfida degli scienziati-stregoni”, promuovono seppur con ironia l’idea che qualche nerd se ne uscirà presto con una bizzarria salvifica, tra le molte che falliranno.

Non è così. Non esiste alcun piano B, e la tecnologia della mitigazione avanzerà ancora molto, ma nulla potrà contro l’effettiva diminuzione delle risorse disponibili e il cambiamento climatico, almeno in uno scenario BAU. Quello che sta succedendo, come spiega in due minuti questo video del Post Carbon Institute, è che

“gli analisti del picco del petrolio avevano ragione, ma l’industria dei combustibili fossili sta vincendo la battaglia mediatica”

Su quelli che hanno il picco facile

Qualche giorno fa ho letto un articolo su un sito che parla di petrolio, risorse e finanza. Nel post, che potete godervi nella sua versione integrale qui, si sostiene una tesi fondamentale: il prezzo del petrolio scende perché la produzione aumenta.

I motivi sostanziali di questo ritorno alla trivella sarebbero due: il primo è di ordine geopolitico, come nel caso della Libia “liberata”, che rappresenta un esempio di export land model, cioè un territorio che esporta le proprie risorse anziché consumarle.

La seconda ragione sarebbe “che in barba al picco e alle previsioni della meglio gioventù accademica e amante della bicicletta (che pedali e non rompa i maroni…), negli States si sta applicando la tecnologia usata per l’estrazione del Gas Naturale all’estrazione di Petrolio”.

i grafici che illustrano la teoria di RC sono questi:

Si vede come se sul lungo periodo la produzione resta a livelli bassi, nel breve e brevissimo periodo stia impennando verso l’alto. Questo grazie alle riserve di  shale oil (forse il più noto idrocarburo non convenzionale)

Il risultato: i prezzi sono bassi perché di petrolio ce n’è un sacco, i costi di estrazione sono alti ma si abbasseranno, e quindi il picco del petrolio non esiste/è talmente distante da non costituire una preoccupazione.

I problemi in questo discorso sono vari: innanzitutto, il “lungo periodo”, che tanto lungo non è. Ammettendo il fattore geopolitico come determinante diremmo che questa pacchia durerà ben poco, fino al prossimo conflitto.

Esiste il fattore EROEI, energy returned on energy invested, in parole povere l’efficienza energetica di una certa tecnologia estrattiva. Il non convenzionale ha sicuramente EROEI più bassa del petrolio convenzionale, ma evidentemente non così bassa da scoraggiare i produttori. Evidentemente conviene ancora, in un modo o nell’altro, produrre con queste tecniche.

Ma la produzione c’entra solo parzialmente.

Lo dimostra la bolla del gas che si è verificata nell’ultimo decennio in America, qui spiegata da Nicole Foss (la traduzione è di Massimiliano Rupalti):

Dato che i prezzi sono guidati da ciò che uno percepisce, non dalla realtà, questa montatura ha il potere di cambiare le dinamiche di un’industria, esagerandone in pratica i cicli di espansione e contrazione. La montatura ha portato ad una sensazione di abbondanza, come se il Nord America annegasse nel gas naturale. Il fastidioso fatto che questa percezione sia completamente sbagliata non altera il suo potere in relazione ai prezzi.

Le aziende di gas naturale che hanno giocato d’azzardo sul gas di scisti hanno fronteggiato dei prezzi così bassi – di gran lunga inferiori ai prezzi di produzione – che tutte quante hanno prodotto gas in perdita. Il rischio finanziario è aumentato drasticamente mentre le aziende affogavano nei debiti cercando di sopravvivere con i prezzi bassi creati da persone che credevano in una fantasia. Alla fine, le vittime degli imbrogli finanziari stanno emergendo. E’ molto probabile che ce ne saranno molte di più, man mano che le aziende che hanno cercato di tenersi a galla falliranno.

Abbiamo dunque da un lato alcuni grafici che ci mostrano la produzione secca, senza tenere conto né dell’EROEI né delle ricadute ambientali delle estrazioni (che sono imponenti, e costose: salute pubblica, clima, inquinamento delle acque potabili, perdita della biodiversità), dall’altro la dimostrazione di come i prezzi possono rispecchiare un’immagine non veritiera della produzione di un certo bene materiale.

I fattori in gioco sono molti, le ricadute ancora di più, e ancor più imprevedibili. Quello che mi interessa sottolineare, a fronte di questi pochi ma chiari concetti, è che discutere di picco guardando solo alla linea della produzione è come coltivare un orto pensando solo a ciò che si semina senza valutare le caratteristiche del suolo, le condizioni climatiche, i concimi usati.

(Questa ultima metafora agronomica è un tributo alla mia azienda che oggi ho salutato con grande malinconia, so che alcuni ex colleghi l’apprezzerebbero)

Sembra inutile puntualizzarlo, ma il picco non dipende dall’abbondanza di risorse, quanto dal costo complessivo (che in larga parte dipende dall’EROEI) della loro estrazione. Da ricordare quando certi “analisti” la fanno facile.