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Su quelli che hanno il picco facile

Qualche giorno fa ho letto un articolo su un sito che parla di petrolio, risorse e finanza. Nel post, che potete godervi nella sua versione integrale qui, si sostiene una tesi fondamentale: il prezzo del petrolio scende perché la produzione aumenta.

I motivi sostanziali di questo ritorno alla trivella sarebbero due: il primo è di ordine geopolitico, come nel caso della Libia “liberata”, che rappresenta un esempio di export land model, cioè un territorio che esporta le proprie risorse anziché consumarle.

La seconda ragione sarebbe “che in barba al picco e alle previsioni della meglio gioventù accademica e amante della bicicletta (che pedali e non rompa i maroni…), negli States si sta applicando la tecnologia usata per l’estrazione del Gas Naturale all’estrazione di Petrolio”.

i grafici che illustrano la teoria di RC sono questi:

Si vede come se sul lungo periodo la produzione resta a livelli bassi, nel breve e brevissimo periodo stia impennando verso l’alto. Questo grazie alle riserve di  shale oil (forse il più noto idrocarburo non convenzionale)

Il risultato: i prezzi sono bassi perché di petrolio ce n’è un sacco, i costi di estrazione sono alti ma si abbasseranno, e quindi il picco del petrolio non esiste/è talmente distante da non costituire una preoccupazione.

I problemi in questo discorso sono vari: innanzitutto, il “lungo periodo”, che tanto lungo non è. Ammettendo il fattore geopolitico come determinante diremmo che questa pacchia durerà ben poco, fino al prossimo conflitto.

Esiste il fattore EROEI, energy returned on energy invested, in parole povere l’efficienza energetica di una certa tecnologia estrattiva. Il non convenzionale ha sicuramente EROEI più bassa del petrolio convenzionale, ma evidentemente non così bassa da scoraggiare i produttori. Evidentemente conviene ancora, in un modo o nell’altro, produrre con queste tecniche.

Ma la produzione c’entra solo parzialmente.

Lo dimostra la bolla del gas che si è verificata nell’ultimo decennio in America, qui spiegata da Nicole Foss (la traduzione è di Massimiliano Rupalti):

Dato che i prezzi sono guidati da ciò che uno percepisce, non dalla realtà, questa montatura ha il potere di cambiare le dinamiche di un’industria, esagerandone in pratica i cicli di espansione e contrazione. La montatura ha portato ad una sensazione di abbondanza, come se il Nord America annegasse nel gas naturale. Il fastidioso fatto che questa percezione sia completamente sbagliata non altera il suo potere in relazione ai prezzi.

Le aziende di gas naturale che hanno giocato d’azzardo sul gas di scisti hanno fronteggiato dei prezzi così bassi – di gran lunga inferiori ai prezzi di produzione – che tutte quante hanno prodotto gas in perdita. Il rischio finanziario è aumentato drasticamente mentre le aziende affogavano nei debiti cercando di sopravvivere con i prezzi bassi creati da persone che credevano in una fantasia. Alla fine, le vittime degli imbrogli finanziari stanno emergendo. E’ molto probabile che ce ne saranno molte di più, man mano che le aziende che hanno cercato di tenersi a galla falliranno.

Abbiamo dunque da un lato alcuni grafici che ci mostrano la produzione secca, senza tenere conto né dell’EROEI né delle ricadute ambientali delle estrazioni (che sono imponenti, e costose: salute pubblica, clima, inquinamento delle acque potabili, perdita della biodiversità), dall’altro la dimostrazione di come i prezzi possono rispecchiare un’immagine non veritiera della produzione di un certo bene materiale.

I fattori in gioco sono molti, le ricadute ancora di più, e ancor più imprevedibili. Quello che mi interessa sottolineare, a fronte di questi pochi ma chiari concetti, è che discutere di picco guardando solo alla linea della produzione è come coltivare un orto pensando solo a ciò che si semina senza valutare le caratteristiche del suolo, le condizioni climatiche, i concimi usati.

(Questa ultima metafora agronomica è un tributo alla mia azienda che oggi ho salutato con grande malinconia, so che alcuni ex colleghi l’apprezzerebbero)

Sembra inutile puntualizzarlo, ma il picco non dipende dall’abbondanza di risorse, quanto dal costo complessivo (che in larga parte dipende dall’EROEI) della loro estrazione. Da ricordare quando certi “analisti” la fanno facile.

Una brutta metafora

Alcuni giorni fa mi sono occupata un fatto di cronaca di cui si è sentito poco fuori dall’ambito scientifico.

Si tratta della distruzione di un campo di piante da frutto GM creato trent’anni fa da un professore dell’Università della Tuscia, Eddo Rugini. L’esperimento fu condotto su piante di ciliegio, di kiwi e olivi, con lo scopo di produrre alberi di dimensioni ridotte per facilitare la raccolta dei frutti, e renderli resistenti ad alcuni patogeni.

Gli alberi stavano lì da prima che la ricerca sugli OGM venisse vietata in Italia, nel 2002.

Un giorno Mario Capanna, presidente della Fondazione Diritti Genetici decide che questo pericoloso campo va smantellato. I pericolosi pollini transgenici dei ciliegi, che a primavera sono in fiore, potrebbero contaminare i campi vicini. Non fosse che i ciliegi GM della Tuscia sono sterili.

Questo non ha impedito agli attivisti di reclamare lo smantellamento del campo, e martedì scorso le ruspe hanno cominciato a distruggere le piante, spezzando i tronchi e sradicando gli arbusti.

La notizia ha fatto il giro della stampa scientifica, da Le Scienze a Nature Blog, e anche io ho scritto un articolo per Sottobosco. Ho contattato Eddo Rugini via mail; mi ha lasciato il suo numero di telefono ma è rimasto irraggiungibile per alcuni giorni. Ho scritto comunque l’articolo e glie l’ho inviato.

La sua risposta: “grazie è un bell’articolo. Purtroppo servirà a poco. L’inizio della esecuzione capitale è iniziato”.

Sugli OGM le opinioni degli italiani, sia in ambito scientifico che di pubblica opinione, restano discordanti. Non mi sento di esprimere un parere in merito, nemmeno gli addetti ai lavori ne vengono a capo.

Ma l’immagine di quelle piante in fiore, innocue perché sterili, smembrate con tale noncuranza, mi ha procurato una orribile sensazione. I ciliegi della Tuscia, seminati oltre vent’anni fa, sono stati uccisi solo perché diversi: che brutta metafora.

Perché Volunia mi ricorda l’Italia

Qualche giorno fa un caro amico ha ottenuto l’accesso a Volunia, il nuovo  social network e motore di ricerca firmato Massimo Marchiori, lanciato il 6 Febbraio scorso con una conferenza stampa che fin da subito destò perplessità e pettegolezzi. Un Google di serie b? Chi ne sentiva il bisogno? Ne abbiamo parlato per un po’, misurando pregi e difetti e concludendo che Volunia sembra solo una brutta copia dei motori di ricerca più famosi.

In realtà Volunia non era concepito come un motore di ricerca, ma come un metalivello. Lo spiega lo stesso Marchiori nella sua lettera d’addio al progetto, pubblicata pochi giorni fa, con la quale risponde alle giuste critiche circa l’impostazione, l’usabilità e la grafica della sua creatura.

In sintesi, Marchiori sostiene che nel tentativo di incontrare un largo pubblico, quindi di creare un vestito più commerciale al prodotto, la dirigenza di Volunia, di cui lui è solo direttore tecnico e non amministratore delegato, ne abbia travisato la struttura profonda.

Ma perché un informatico autorevole come lui ha permesso che tutto ciò accadesse, soprattutto dato che il progetto non potrebbe vivere senza il suo contributo?

“Sebbene fossi consapevole che lasciare la carica di Amministratore Delegato ad altri avrebbe potuto rivelarsi una scelta delicata da un punto di vista strettamente economico, ho accettato di impegnarmi in questo progetto perché quello che faccio nella vita – Volunia incluso – non ha lo scopo primario di “fare i soldi. Se il mio obiettivo fosse l’arricchimento personale, avrei da tempo abbandonato l’Università e l’Italia e accettato una delle offerte provenienti dall’estero. Mi sono invece immerso anima e corpo in questo progetto per la bellezza di far progredire il mondo del web, per il piacere di dare una scossa al futuro e fare qualcosa di utile. Ed anche per altri motivi, come quello di dare stimoli all’Italia, mostrare che si deve cercare di innovare, e non serve necessariamente scappare da questo Paese per farlo“.

Il tentativo non ha avuto buon esito. L’Italia, il mercato o forse solo i dirigenti di Volunia non hanno risposto allo stimolo del direttore tecnico.

Ma al di là delle difficoltà da risolvere, quello che servirà sarà anche avere una visione evolutiva di un progetto che nasce e vive nel Web: per avere successo in questo ambiente, bisogna vivere Web, respirare Web, sentire il cuore che batte nella rete.

Ed in tutto questo occorre essere rapidi, non perdere tempo, sapere cosa fare ed il modo migliore di farlo, prevedere cosa succederà, che problemi si presenteranno, che soluzioni adottare nel più breve tempo possibile. Nel frattempo “innovate or perish”, innovare o perire. C’è tutto questo nella Volunia attuale? In questa situazione e con queste premesse? Innovare… o perire…

E’ vero, in questo appello Marchiori tiene conto della natura unica e inafferrabile del web, ma nelle sue conclusioni ravviso un accento tristemente familiare. Mi è bastato un anno scarso in azienda per rendermi conto di come in questo paese un mausoleo di convenzioni obsolete, di sprechi sia economici che umani, possa essere considerato un’impresa di successo.

“Innovare o perire” è un messaggio che ancora in Italia nessuno raccoglie, ma che pagheremo presto. Lo pagheranno i nostri papà, che vedranno le loro creature sgretolarsi alla fine della strada intrapresa trent’anni fa. Ma lo pagheremo soprattutto noi, perché questo è il nostro momento e se ci viene tolto lo spazio che non sappiamo rivendicare non avremo una seconda occasione.

Per questo il titolo della lettera di Marchiori, “Perché lascio Volunia”, lo leggo “Perché lascio l’Italia”.

La lezione di Darwin

Qualche giorno fa si rifletteva in compagnia su quale sarà il futuro dell’informazione. Non ho i dati in mano, ma mi sembra pacifico che i giornali stiano attraversando un periodo di crisi alla fine del quale nulla sarà come prima.

Mi diverto a pensare quali idee che si riveleranno vincenti da qui a qualche anno. Alcuni indizi ci sono già: la de-specializzazione nei modi di produzione abbinata, tiro acqua al mio mulino, a una certa specializzazione sui contenuti.

Resta la domanda fondamentale circa la futura identità dell’informazione quotidiana. Sappiamo che ormai tanti non credono più alla stampa, nemmeno a quelle testate che un tempo erano considerate autorevoli, e questo è il punto: i giornalisti non scrivono mai la verità, costruiscono narrazioni, e di norma lo fanno aggiustando i fatti. Il loro padrone, molti lo dichiarano con orgoglio, è il pubblico. Solo che così si finisce per dare al pubblico quello che vuole, e poiché la verità è spesso sgradevole, giustamente non viene inclusa tra le priorità di chi con l’informazione ci deve mangiare.

Storia a parte per chi fa giornalismo a titolo gratuito, il fenomeno risente di altri problemi, ma non è la sede.

In conclusione sembra che il giornalismo, nel tentativo spasmodico di piacere e parlare alla gente, abbia smesso di farlo. Su questo, peraltro, proliferano tremendi fenomeni quali gli aggregatori di “notizie”, che da molti sono considerati una vera fonte di informazione.

Mi sono chiesta allora: come si fa a parlare con un popolo deluso, che diffida di politici, decisori e media mainstream, ed è sempre più indispettito dalle attività di un governo percepito come distante e dispotico? O meglio, con chi queste persone vorrebbero parlare? A chi potrebbero accordare la loro fiducia?

Un suggerimento arriva dall’America (Adnkronos):

New York, 17 maggio 2012.  Warren Buffett, l’oracolo di Omaha, ha fatto shopping sul mercato editoriale, facendo comprare alla sua Berkshire Hathaway 63 giornali locali in tutta l’America per un totale di 142 milioni di dollari. «In città e piccoli centri dove c’è un forte senso della comunità non c’è nessuna istituzione più importante che un giornale locale», ha detto il miliardario diventato famoso in tutto il mondo per aver criticato il fatto di pagare, in proporzione meno tasse della sua segretaria, ispirando a Barack Obama la cosiddetta «Buffett Rule» per l’aumento dell’aliquota dai redditi milionari. La mossa di Buffett arriva in controtendenza con quella di molti investitori che invece, di fronte alla crisi che da anni investe la carta stampata americana, sono in fuga dalle testate più autorevoli del paese. Per Buffett invece – che ha acquistato da Media General quotidiani e settimanali della Virginia, North e South Carolina e Alabama, con i loro website – la stampa locale è ancora un’importante risosra economica.

Anche Giovanna Cosenza arriva a una conclusione simile, parlando di radio:

L’offerta poi si amplia e frammenta ulteriormente nella miriade di radio locali, sicché ognuno possa trovare la nicchia d’ascolto in cui più si riconosce, locale o nazionale che sia. Ed è stando al calduccio di quella nicchia che dice: “Ah, la radio, meno male che c’è la radio”.

Insieme alla riscoperta delle comunità e delle economie locali, l’informazione potrebbe davvero rinascere come espressione di fiducia tra cittadini e giornalisti, pagati per parlare di quanto è vicino e quotidiano?

Dopotutto, molte economie si sono salvate per essersi diversificate: Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti (C. Darwin).

Giornalismo 2.0 – meno giornalisticità per favore

Il titolo dell’incontro a cui ho partecipato ieri, organizzato da Youth Press Italia,  parlava chiaro: il tema era il futuro del giornalismo, ma più nello specifico i nuovi media, con particolare attenzione ai social.

Invece, si è finito a parlare d’altro.

Il programma e l’elenco relatori, che vedete qui, dicono poco di come sia svolto l’evento, che ha preso una piega imprevista ma utile a ricordare quali sono le urgenze e forse i limiti del popolo dei giornalisti d’oggi.

Ancora una volta, la parola chiave è stata “precariato”: si è ragionato di come affrontarlo sia dal punto di vista politico e collettivo, che da quello personale. Ciascuno deve trovare la sua strategia di sopravvivenza pratica e psicologica. Sentirsi allo sbaraglio, dover contare i centesimi, vivere nell’ansia della folla di concorrenti che con la bava alla bocca aspettano solo che tu dica un timido “no” per prendere il tuo posto, minerebbe anche gli spiriti più equilibrati.

Sono uscite parole come “lotta”, discussioni sul ruolo del sindacato e sulla necessità di sensibilizzare i giovani che ancora accettano di lavorare per niente. Tutti aspetti importanti della professione odierna, ma che a mio parere sarebbero da superare, pensando con più attenzione al contesto in cui viviamo.

La crisi c’è, c’è per tutti e non solo per noi, non è colpa degli editori cattivi, a mio parere l’Ordine ha delle grosse responsabilità ma questa è un’altra storia.

Nel frattempo, dobbiamo metterci gli occhiali per vedere un po’ oltre il nostro naso, e renderci conto che parte dei conflitti in cui anneghiamo sono il sintomo di un cambiamento, economico, sociale e culturale. Non ci sono buoni e cattivi, non c’è una contrapposizione reale tra dipendenti e precari, tra carta e internet, tra nuovi e vecchi media.

Non è vero che Facebook ci rende -stupidi-, impatta sulla società in modi che al momento non possiamo valutare, il cui sviluppo sarà imprevedibile. Se al momento l’uso dei social network dà luogo a fenomeni deprecabili come la crescita di aggregatori di notizie che si spacciano per giornalismo, è perché siamo in un periodo di assestamento.

Abbiamo paura dei nuovi media perché non ci siamo nati in mezzo, ci sono piovuti addosso e crediamo che i nostri figli li useranno nello stesso modo in cui lo facciamo noi, con il cervello strutturato per usare modelli informativi e di pensiero pertinenti ad un’epoca passata.

I nativi digitali sapranno leggere tra le righe di una trama che per noi è troppo fitta e ci appare un tessuto piatto, separare il vero dal falso, la superficialità dal valore.

E come non dobbiamo aver paura dei nuovi media, non ci deve spaventare il mondo nuovo che ci vede tutti freelance. La parola precario mi ha stancata, d’ora in poi sarà il più possibile bandita dal mio vocabolario. Troppo spesso (non sempre, ma spesso) diventa una bandiera all’ombra della quale piangersi addosso. Ci sono molti modi di difendere la propria dignità di lavoratore; se non posso farlo tramite un posto fisso, lo farò da libero professionista. Tra parentesi, è facile che alla fine ti ritrovi con più soldi, più tempo libero, più soddisfazioni per aver fatto cose meno noiose.

Se io avessi ragione, però, non si spiega perché siano così pochi a scegliere la strada della flessibilità. Credo che una risposta convincente la dia Silvia Bencivelli, che sul suo blog scrive cose di cui quasi sempre sottoscrivo ogni virgola:

Io sono particolarmente schizzata, ma vi giuro che per molti è più o meno così. Spesso, inoltre, facciamo cose che i non-scientifici definirebbero non-giornalistiche, e a torto (o per lo meno, in modo un po’ miope), come una traduzione o un’attività con le scuole.

Ne segue che siamo anche più fortunati della media dei nostri colleghi: lavoriamo di più e in modo più vario. E ogni tanto ci chiediamo perché gli altri non facciano come noi. In cambio di un po’ meno di giornalisticità ne avrebbero un bell’allargamento del mercato. Ma se non lo capiscono tutti, subito, in massa, a noi sta solo bene.

[…]

Noi scientifici, a margine, non soffriamo della sindrome dei quattro euro a pezzo. Non so perché, ma davvero non mi capita mai di sentire il mio coetaneo (se si parla di lavoratori alle prime armi la cosa cambia, occhei. Ma ricordiamoci di monetizzare anche l’investimento che si fa nel lavoro, per cui il pezzo viene pagato 4$ + crescitaprofessionale + contatti + speranzadicontinuarelacollaborazione + … Qui sto parlando di gente che ha qualche anno, non molti, di carriera alle spalle e che lavora per lavorare oggi, non domani), insomma dicevo: non mi capita mai di sentire il mio collega scientifico davvero molto maltrattato dai propri clienti. Forse anche perché chiamarli clienti aiuta, non so.

Non credo che siamo più intelligenti della media (cioè: a volte lo penso, ma via, giù… rimanga tra noi…). Né credo che abbiamo fatto una pensata in più rispetto agli altri su dignità e soprattutto responsabilità che il nostro lavoro ci accolla. Per me, chi accetta di lavorare per due lire è un irresponsabile e l’ho già scritto. Ma non tutti la pensano così. Semplicemente ne ragioniamo in modo quasi teorico, e poi riattacchiamo a lavorare.

La forza degli abusivi dell’informazione

Pubblicato su Sottobosco.info

Gabriele Veronesi lo bazzichiamo dai tempi della prima uscita del suo film, Modena al Cubo. Il suo progetto ci è piaciuto perché fin dai nostri primi passi, tre anni fa, abbiamo tenuto d’occhio il problema del consumo dei suoli. Non abbiamo perso tempo, e abbiamo inviato Giulia Biguzzi a intervistarlo sul luogo del delitto, Modena.

Chi scrive ha conosciuto Gabriele diversi mesi dopo, in occasione di un corso di aggiornamento organizzato dall’Ordine dei Giornalisti. Erano quei giorni bui delle liberalizzazioni annunciate, in cui il popolo policromo e un po’ disperato dei pubblicisti si interrogava sulla propria sorte. C’era chi, pubblicista per caso, viveva la cosa con divertito fatalismo, c’era chi, ancora convinto che la strada maestra per la professione fosse l’iscrizione all’Ordine, si crucciava al pensiero di diventare abusivo.

Oggi quei giorni paiono lontani, dopo che la famigerata riforma si è conclusa in un nuovo e innocuo puzzle burocratico. Ma non dimentico le parole di Gabriele, quando mi disse, con tono pacato, che dell’Ordine non ci doveva interessare nulla, che l’epoca dei media tradizionali era finita, e che lui era ben contento di non seguire quella strada. Dove questo l’avrebbe portato, non sapeva, ma certo avrebbe fatto quello che più gli interessava e riteneva utile per il pubblico.

Gli riconobbi un coraggio e un’onestà intellettuale che a me mancavano. Che l’epoca della carta sia finita, che i giovani debbano reinventarsi, lo si legge ovunque. Ma è noioso sentirselo dire da coloro che di questo sistema decadente sono gli araldi; nelle loro parole non c’è responsabilità né, in fondo, una vera presa di posizione. Veronesi è uno che in questa barca, come me, come la nostra redazione e come tanti altri, ci è nato e deve imparare a guidarla senza rotta. E lo fa con serenità e senza rancore, fiducioso.

Ieri notte ho letto che il suo film è stato “sequestrato”, e lui querelato dal sindaco di Modena, l’avvocato penalista Giorgio Pighi. L’ho trovata innanzitutto una tremenda zappa sui piedi da parte di un sindaco che sarà anche padrone della materia giuridica, ma certamente non ha considerato le ricadute del suo gesto sull’opinione pubblica.

Modena al Cubo è un bel film, ha avuto successo ben oltre i confini della città e Gabriele, senza canali preferenziali, è conosciuto come un professionista impegnato e capace. Questa reazione da parte delle istituzioni è, al netto dei problemi legali che ovviamente ci auguriamo si traducano in un nulla di fatto, un riconoscimento che Gabriele Veronesi porterà con onore.

Perché oggi lui è portavoce di tutti quelli che stanno costruendo una nuova epoca, che hanno scelto di dire no alla casta senza necessariamente combatterla, ma lasciando che si spenga da sola nella propria incapacità di immaginare il futuro. Non ci interessa più seguire le orme di chi si rifiuta di riconoscerci, non ci interessa stare alle loro regole e ragionare secondo i vecchi sistemi.

Maneggiamo la rete, che è tanto più potente dei loro poveri mezzi, e siamo liberi di dire le cose come stanno, di servire la gente e non l’editore. Qualcuno comincia ad accorgersene, e come il sindaco di Modena, a spaventarsi. Per loro siamo abusivi dell’informazione e la nostra voce non può essere soffocata, perché non ha mai avuto un posto nel loro mondo. Il film Modena al Cubo parla di speculazione edilizia e di cemento, la querela contro il suo autore parla della sua forza e della libertà di chi oggi fa informazione senza padroni.

Mi fa sorridere la notizia che il film sia stato “sequestrato”. Modena al Cubo è in rete, è nei nostri computer, possiamo scaricarlo, diffonderlo, e per ogni volta che lo oscureranno ci sarà qualcuno che lo rimetterà in circolazione.

Se definiscono questa pirateria, andremo fieri di essere pirati. Se in questa epoca di crisi nessuno paga per il nostro lavoro, vuol dire che nessuno potrà dirci come farlo. E se chi è fuori dal giornalismo mainstream oggi comincia ad essere additato dal potere, significa che inizia a fare davvero paura.

Non lascio l’Italia – la voce di chi resta

Un paio di post addietro ho ospitato l’intervento di un amico giornalista che è andato a vivere e lavorare in Inghilterra. La sua è una storia di successo, che l’ha però costretto a un grande sacrificio, lasciare l’Italia.

E probabilmente, chi lo fa ha buone prospettive di non tornarci più, perché all’estero non esistono gli Ordini e i titoli acquisiti valgono poco o niente sul nostro mercato.

Ci tenevo però a lasciare spazio a qualcuno che avesse fatto una scelta diversa, perché la regola aurea del mestiere (oltre a quella di fare la domanda del cretino, ovviamente) è di sentire tutte le campane. La mia è arcinota a chi mi conosce, e preferisco che questo blog diventi un luogo di confronto senza scadere nell’autoreferenziale.

L’ospite di oggi è un caro amico, Gerardo Adinolfi, che per questo blog ha scritto un accorato intervento raccontando la sua esperienza, le sue speranze e soprattutto perché ha scelto di restare in Italia. Eccolo:

Io all’estero ci sono stato, per motivi di studio. Ci sono stato perché penso debba essere una tappa obbligata nella vita di ognuno. Ti consente di aprire la mente, conoscere costumi, culture e tradizioni diverse, sentirti parte di un qualcosa che va oltre. Sentirsi, in poche parole, cittadini del mondo. Sono stato metà anno in Finlandia e non nego che l’idea di non ritornare più c’è stata, e non poche volte. Ma poi ho deciso di tornare, e non per malinconia, o semplice sentimentalismo. Ma perché il mio obiettivo, il mio desiderio, è sempre stato quello di diventare giornalista, in Italia.

In Italia perché è qui che sono cresciuto, è qui che vorrei rendermi socialmente utile ed è qui che vorrei contribuire a un cambiamento. Tutte utopie, forse, considerata la criticità del mercato del lavoro italiano non è il momento di avere capricci e “sogni”. Il mio è quello di diventare un giornalista d’inchiesta. Ma per il momento ho ancora tanta gavetta da fare. Un sogno, però, l’ho realizzato: quello di scrivere un libro.

Si chiama “Dentro l’inchiesta. L’Italia nelle indagini dei reporter” ed è una delle più grandi soddisfazioni che mi sia mai tolto. L’ho pubblicato senza pagare nulla, trovando una casa editrice, seppur piccola, seria e che ha creduto in quel che ho proposto e scritto. E mi sono divertito, e mi diverto ancora, a girare l’Italia per presentarlo. Anche se il pubblico presente, la maggior parte delle volte, non raggiunge neanche la doppia cifra. E’ stato adottato in qualche corso universitario, e questo basta a rendermi orgoglioso.

Giornalista, sulla carta, e per l’Ordine lo sono. Sono diventato professionista nel novembre 2011, a 24 anni, dopo un esame di Stato in cui è stato bocciato quasi il 50% dei praticanti. Causa la troppa severità dei commissari, o il clima funesto che ruota oggi intorno al mondo del giornalismo, dove tutti sono nemici di tutti. E tutti hanno paura di tutti. Sono diventato professionista a novembre, ma già da maggio lavoro a Repubblica, nella redazione locale di Firenze. Mi occupo di cronaca locale, e soprattutto del sito internet. Questa di Repubblica è la mia prima vera esperienza in una redazione. Prima di Repubblica ho lavorato come collaboratore alla redazione emiliano-romagnola de Il Fatto Quotidiano e, per due mesi nel 2010 sono stato in stage al Corriere Fiorentino, l’edizione locale del Corriere della Sera.

Stage che ho avuto l’opportunità di fare tramite la Scuola di Giornalismo, che ho frequentato a Bologna. Due anni, 18 mesi di praticantato, e 12 mila euro di tasse. La Scuola, tanto amata, tanto odiata. La Scuola di Giornalismo è stato uno dei motivi che mi ha fatto rientrare in Italia. E’ stato sempre un mio sogno farla. E non la rimpiango. Per fare la scuola sono andato via di casa (sono di Nocera Inferiore, provincia di Salerno) mi sono laureato quasi prima del tempo e, grazie al supporto dei miei genitori (che non ho sfruttato né mi riconosco in quelli che dicono: “Hai fatto la scuola sulle spalle dei tuoi”) sono riuscito ad entrare alla Scuola di Bologna.

Alle selezioni eravamo in 200 a Bologna, in 250 a Roma. Ne siamo entrati in 30, per gli altri 170 che non sono riusciti ad entrare (magari non per loro demeriti, ma anche per sfortuna) la scuola diventa, improvvisamente, qualcosa da cui rifuggire. E quelli che la frequentano una massa di polli da batteria, figli di papà, raccomandati.

Le scuole di giornalismo hanno tanti pregi, e anche tanti difetti. Se è vero che giornalista si diventa, con l’esperienza e la conoscenza, se non c’è quel dono innato che non è tanto il saper scrivere bene ma l’occhio critico e la curiosità serve a poco. Alla Scuola di giornalismo di Bologna ho trovato tanti aspetti positivi, come la preparazione dei tutor, le attrezzature tecniche, il contatto umano che si è instaurato con i giornalisti che ci hanno seguito e che anche dopo la fine dei corsi sono rimasti dei maestri a cui chiedere consiglio e trovare sicurezza.

Certo è che, se non vuoi imparare, nessuno ti costringerà mai a farlo. Non si impara ad usare una telecamera se non la si prendere spontamente in mano e si va in giro per la città. Non si impara a sapersi orientare in un tribunale se di buon mattino non ci si alza e si vaga per le aule in cerca di qualche processo da osservare. La scuola a me è servita soprattutto per capire se fossi quantomeno un po’ portato per il giornalismo, e per mettermi alla prova. E anche per diventare professionisti, perché per me frequentare una scuola di giornalismo non è una scorciatoia ma una possibilità.

“Di 30 persone una decina troverà lavoro, gli altri qualche collaborazione, qualcuno cambierà mestiere”. E’ stato uno dei primi insegnamenti che ricordo di aver ascoltato durante le lezioni del primo anno. Perché la scuola non ti assicura il lavoro, pur pagando una bella cifra economica”. Ed è giusto così. Sarebbe scorretto per quanti non hanno la possibilità di farla. O semplicemente non la ritengono utile.

Nel precedente racconto del ragazzo che è andato in Inghilterra a studiare e lavorare lui afferma: purtroppo il cugino dell’amico giornalista non l’ho ancora conosciuto e se lo conosco non è ‘nel giro’. Neanche io conosco il cugino dell’amico del giornalista e non l’ho mai conosciuto né ho intenzione di conoscerlo. Non ho parenti giornalisti (e no, non sono parente neanche alla lontana di Mario Adinolfi) né medici, o notai o politici.

E’ vero che il mercato italiano sarebbe da rivoluzionare. Contratti spesso in nero, giornalisti che vengono pagati pochissimo (me compreso eh), pagati 5 euro a pezzo e senza rimborsi neanche delle telefonate. I giornalisti in Italia sono tanto, sono 110.000 gli iscritti all’Ordine nel 2010 e più della metà di questi sono “invisibili”, cioè non versano nessun contributo all’Inpgi (colpa, appunto, di contratti a nero o irrisori). Ma se tutte le persone in gamba scappano all’estero, in Italia chi rimarrà? Solo raccomandati e incapaci?

Chiamatela precauzione

Anche su REA, il blog ufficiale di Aspo Italia

Cari Lettori,

in questa giornata così speciale dell’anno ho pensato di proporvi qualcosa di diverso dal solito.

Spesso su queste pagine parliamo dei rischi che l’umanità corre per la propria avventatezza, molti dei quali causeranno danni irreparabili. Il desiderio di conoscere quello che ci aspetta, per dirla con le parole di Serge Latouche, di guardare dritto verso l’iceberg a cui la nostra nave sta puntando, si affianca a un sentimento di paura e disperazione. Temiamo per noi stessi ma soprattutto per i nostri figli, per le generazioni future.

Eppure, per molti il Natale è un momento di speranza, in cui si cerca di guardare al nuovo anno con un sorriso. Non voglio tradire la vocazione di “Cassandra” di questo blog, ma per una volta soffermarmi con voi su una riflessione che contenga gli ingredienti di un exit plan.

Naomi Klein, al ritorno da un viaggio di ricerca nel quale, insieme a un team di scienziati, ha esplorato i danni della fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico, parla della nostra società della crescita con gli stessi toni con cui descrive il disastro della Deepwater Horizon: nessuna pianificazione, nessun piano b.

In guerra, nella ricerca di nuove aree di sfruttamento dei carburanti fossili, nei processi finanziari, nell’affrontare il cambiamento climatico, si preme l’acceleratore nel momento in cui si dovrebbe tirare il freno.

Questo è il modo in cui le civiltà si suicidano.

“Il problema è che la nostra narrativa – osserva Naomi Klein nel suo TED talk, intitolato Addicted to Risk – ha anche una risposta per questo. All’ultimo minuto saremo salvati, come in qualunque film di Hollywood”.

Per cambiare le cose, abbiamo bisogno di nuove storie: “Abbiamo bisogno di storie che contengano eroi di ogni tipo, pronti a prendere rischi di tipo diverso, rischi che affrontino l’imprudenza faccia a faccia, che mettano in pratica il principio di precauzione, anche quando questo significhi entrare direttamente in azione. […] Abbiamo bisogno di storie che sostituiscano il racconto lineare di crescita infinita con racconti circolari, che ci ricordino che chi semina vento raccoglie tempesta: questa è la nostra unica casa, non c’è via d’uscita. Chiamatelo karma, chiamatela fisica, azione e reazione, chiamatela precauzione: il principio che ci ricorda che la vita è troppo preziosa per metterla a rischio in nome di un qualunque profitto”.

Il mio augurio di Natale per l’anno prossimo è che possiate conquistare la libertà di immaginare nuovi eroi, perché è anche attraverso la narrazione che si costruisce il futuro.

Il video è sottotitolato in italiano, ma sul sito ufficiale di TED troverete i sottotitoli in 25 lingue diverse.

http://video.ted.com/assets/player/swf/EmbedPlayer.swf

La voce di chi ha deciso di andare

A volte pensiamo che questa crisi dell’editoria sia una fatalità senza alternative. Pensiamo che l’unica possibilità sia cambiare lavoro, farci la guerra tra poveri, farci raccomandare. Certamente questi sono scenari possibili, con esiti a volte perfino positivi (soprattutto nell’ultimo caso).  Proprio oggi ho fatto due chiacchiere attorno a un tavolo con alcuni colleghi di un coordinamento di precari, tornandomene a casa più scoraggiata di prima. Apprezzo il fatto che esista ancora chi si preoccupa di cose dimenticate come equità, salari, solidarietà tra colleghi, eppure ho avuto l’impressione che intorno a quel tavolo fossimo come un guscio di noce nel mare.

Così, ho deciso di proporre una voce diversa e a suo modo positiva, anche se per molti di noi destinata a rimanere utopia. Daniele Fisichella ha studiato giornalismo alla City University di Londra e oggi è Community Involvement Officer per la Peterborough Community Radio.

Abbiamo parlato via Facebook, dove lo avevo contattato per chiedergli informazioni sul mercato del giornalismo inglese, e mi ha spiegato perché secondo lui studiare lì è un investimento migliore che farlo in Italia:

In Italia, a Bologna, avevo un lavoro da giornalista piu’ o meno stabile (a volte part time, a volte full time, a volte non ti chiamavano proprio) e delle prospettive poco chiare (ti dicono sempre ‘c’e’ molta competizione’, ‘bisogna fare sacrifici’ e’ ‘bisogna accettare qualsiasi lavoro, anche gratis’, di solito a dirtelo sono i capiredattori che un bello stipendio fisso ce l’hanno e nessuno glielo tocca).

Comunque sono andato a Londra per fare un master in giornalismo alla City University of London, presentata come una prestigiosissima università con un corso di giornalismo che ha sfornato tra i volti più noti della BBC e non solo. Il corso si è dimostrato all’altezza delle aspettative, anzi forse ha superato le aspettative per livello di impegno richiesto e professionalità di professori e colleghi.

Il mio inglese non esattamente oxfordiano all’inizio ha contribuito a rendere l’anno di studi ancora più difficile se vogliamo ma non per questo meno interessante ed entusiasmante. Poi ho trovato lavoro praticamente il giorno dopo, mi sono dovuto spostare a Peterborough, dove da più di un anno sono responsabile di una Community Radio.

Senza entrare nei dettagli in questi anni ho avuto l’impressione che il giornalismo fuori dall’Italia sia un’altra cosa: per il modo in cui è fatto (piu’ precisione, meno approssimazione, costante ricerca di argomenti nuovi), per le tecnologie che vengono usate e per il livello di creativita’ e di interessi che veniva richiesto anche agli studenti come noi.

Il corso che ho fatto era dedicato solo a studenti internazionali si chiama ‘International Journalism’ e si possono scegliere due percorsi (carta stampata e radio/Tv). E’ durato 9 mesi (settembre-Luglio, ma con almeno 2 mesi di pausa di lezioni in mezzo). All’inizio erano piu’ lezioni, tipo 4 o 6 ore al giorno massimo, ma alla fine era più un ‘lavoro’, perché dovevi preparare dei pezzi, discuterne col tuo caporedattore (il prof) e realizzarli da solo o con i colleghi. Ricordo di aver passato settimane intere, inclusi i weekend, al dipartimento che però è attrezzatissimo e rimane sempre aperto.

C’era anche gente che lavorava da casa ovviamente, considerato che le distanze londinesi sono notevoli.

E’ costato 7.400 sterline, all’epoca praticamente l’ho pagato in euro perche’ il cambio era quasi pari. Ovviamente sì, è caro ma non credo che un master in Italia costi di meno. A Londra vivevo con 1.000 euro al mese (escluse le tasse universitarie), ci bastavano per pagare l’affitto (550-600 euro), mangiare, uscire e ogni tanto andare a qualche cinema, concerto…ovviamente il 31 del mese il mio conto era a due cifre. Niente a che vedere con le cose che ti puoi permettere in Italia con gli stessi soldi, purtroppo a Londra i soldi sono essenziali: se ne hai pochi di Londra non riesci a vedere molto, però anche quel poco è significativo e se è per poco tempo si può affrontare, secondo me.

Sicuramente si può osservare che la crisi che in questi anni si abbatte sull’Italia e sull’eurozona colpirà presto anche il resto del mondo, e quindi il mercato dei media in UK tra qualche tempo potrebbe essere depresso proprio come da noi. Ma forse, una differenza sostanziale sta nella mentalità, che crisi o non crisi fa comunque la differenza:

Il giornalismo e’ extra competitivo anche qua, per ogni posto di lavoro specialmente a Londra si presentano centinaia di candidati ed è veramente difficile anche essere chiamati per un colloquio. Anche qui si comincia con i tirocinii (almeno ti pagano i trasporti e il pranzo però) e la gavetta la fanno tutti. Però c’è una differenza enorme con l’Italia, anzi due. La prima: se lavori i tuoi diritti di lavoratore vengono riconosciuti dal primo giorno: contratto, ferie, contributi e via dicendo. Non ti pagano in nero e non esiste il lavoro interinale in questo campo.

Secondo: le offerte di lavoro ‘reali’ esistono. Vengono pubblicate sui siti con tanto di salario e mansioni specificate. Hai mai visto una cosa del genere su un sito italiano? Anche i tanto strombazzati InfoJobs e via dicendo?

Ecco questa è la differenza: le persone ‘normali’ che sono fuori ‘dal giro’ possono benissimo trovare lavoro e competere anche contro gli inglesi. Chiaro come stranieri non potremo forse scrivere sul Guardian o neppure su un giornalino locale finché il nostro inglese non sarà talmente fluido da conoscere espressioni di gergo, però posti come produttore, web designer, o comunque tutti quei ruoli che implicano un uso non esteso della lingua ma che hanno elementi di giornalismo in sé, rappresentano una opportunità per tutti.

 Secondo me tra stare in Italia ad aspettare che l’amico del cugino di un tuo amico che conosce un giornalista ti dia l’opportunità di fare quello che ti piace pagandoti pure, e venire qua e iniziare a cercare lavoro, trovarlo ed iniziare la propria carriera, io direi che la seconda opzione è la migliore.  Ah, e io tra parentesi non vedrei l’ora di tornare in Italia ma purtroppo il cugino dell’amico giornalista non l’ho ancora conosciuto e se lo conosco non è ‘nel giro’.

Povero Giuseppe D’Avanzo

Mi ero ripromessa di non parlare più di queste cose, spero che sarà l’ultima volta. Avrei preferito non leggere certi tweet di Arianna Ciccone che raccontano l’intervento di Michele Santoro davanti agli studenti della scuola di Giornalismo di Urbino. Ma dal momento che li ho letti non posso proprio starmene zitta (imparerò, abbiate pazienza).

 “Io non conosco un giornalista bravo che non lavori”

Già questo esordio farebbe cadere le braccia a molti. A me no, ma solo perché sono abbastanza delusa da non sorprendermi più: questa è solo l’ennesima conferma della crisi non solo economica ma etica e spirituale in cui versa l’informazione italiana. Non basta: Santoro ammette, con disarmante candore, i criteri con cui ha scelto le sue veline:

“Giulia Innocenzi rappresenta il ritorno alla politica dei giovani”; “Granbassi è stata scelta per contribuire allo spettacolo. Ma tanti giornalisti li abbiamo formati”

Per una volta, ed è una rarità, mi tocca fare la parte della femminista e osservare che la scelta di una bella ragazza che si finge giornalista “per contribuire allo spettacolo” contiene una spaventosa eredità berlusconiana. Ciò che invece si ripropone sempre uguale a sé stesso è il problema dell’accesso al mestiere, oggi per certi versi peggiore di prima. Perché prima con la costosa scuola ti compravi iscrizione all’Ordine e lavoro, ora nemmeno quello. Ora per mettere una pezza all’inutilità del pezzo di carta ci sono i concorsi, rigorosamente riservati alla futura casta pagante. Una guerra nella guerra, perché dopo la scuola, se va bene, ti fai uno stage a tempo determinato, una collaborazione a prestazione, o gratti un contrattino da 300 euro al mese. Dopo cinque sei anni, se sei fortunato, arrivi a 800. Forse a mille.

Nel frattempo vivi sulle spalle della famiglia, sempre “sgarrupato” (come direbbe un mio collega). A settembre mi sono detta – con lo sconforto di chi vede i propri sogni appesi a un filo – che se non avessi trovato qualcosa entro dicembre, avrei strappato la mia tessera. Non ne ho avuto bisogno, la sto strappando giorno per giorno al confronto con la realtà. Ogni volta che vado al lavoro e vengo trattata come una professionista, trovo dialogo, ascolto, formazione e rispetto. Ho una garanzia contrattuale accettabile e uno stipendio adeguato.

Non devo fare la guerra con altri quaranta disperati, non devo arrivare già “imparata” (o pagare per diventarlo), non sono pagata con la sola soddisfazione di fare “il mestiere più bello del mondo”, il mestiere che mi piaceva tanto, per il quale mi sono spesa per anni ma per cui non intendo rinunciare alla mia dignità.

Non è solo una questione di soldi; comincio a chiedermi sempre più spesso se valga la pena di far la guerra per entrare in un mondo brutto, di giornali e televisioni marchettari, servi della politica, dell’industria o del popolo bue che vuole vedere solo sesso, soldi e insulti. Nessuna qualità, nessuna professionalità, nessun rispetto per le persone. A volte mi chiedo perché lo faccio, e soprattutto perché nessuno si incazzi insieme a me. Se tutta questa corruzione si meriti davvero i sogni e il sudore mio e di molti altri.

E ogni tanto penso che hanno ragione quei vecchi e ricchi veterani della casta che sempre più spesso, dalle pagine di quotidiani e riviste, suggeriscono ai giovani “cambiate mestiere”. O forse basterebbe cambiare paese.