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La città degli omarelli

A proposito de Il Nostro Tempo. Pare che i numeri non abbiano dato ragione a Civati (almeno a giudicare dalle cifre dello streaming), ma in piazza eravamo pronti ad ogni evenienza, con un efficiente servizio di sicurezza che monitorava la situazione… si sa, in tempi di tafferugli. La foto è di Davide Lombardi, che ho conosciuto di persona sabato dopo aver condiviso la sua bacheca Facebook per un sacco di tempo.

Io a Firenze ci vado

Tra i propositi per la mia (ennesima) nuova vita c’è quello di non perdere l’abitudine a scrivere molto e il più velocemente possibile. Non parlo dei venti articoli al giorno che monto adesso (molti non li scrivo, li traduco o aggiusto delle agenzie), ma almeno tre. Il secondo e forse più importante obiettivo, invece, è fare attività politica. O sindacale, o attivismo, comunque lo si voglia chiamare.  Quando ero ragazzina le manifestazioni erano un’occasione che non perdevo mai, ci andavo per i più vari motivi: sentire che contavo qualcosa, innanzitutto. Fare branco con i miei amici, fumare le canne, saltare un giorno di scuola. Ma ero pur sempre una liceale che viveva nel suo mondo di favola; le fregature sono arrivate poi. Con il 3 + 2 all’università, per esempio. Con il muro tra me che sono priva di master in giornalismo e un tirocinio presso un giornale. E quando ti rendi conto che le cose accadono fuori ma ti ricadono addosso, la prima reazione è lo scoramento.

Cominci a pensare che ce la devi fare lo stesso, la prendi come una questione di problem solving, ti appelli al pensiero laterale, cerchi di entrare dalle finestre visto che le porte sono inchiavardate. E qualche volta spegni il computer pensando che sia tutto inutile. Può darsi che alla fine lo sia davvero, ma è troppo presto per dirlo. Quello di cui mi sono resa conto negli ultimi giorni è che c’è qualcuno che, mentre io pensavo solo a me stessa, ha pensato anche per me e per tutti quelli ancora più sfortunati che campano alla giornata.

Il discorso sul precariato oggi è talmente battuto da essere ridotto a una tiritera che nessuno più ascolta: i medici, gli insegnanti, i tassisti. Ma nessuno fuori dal settore si interessa dei giornalisti precari, niente si è veramente fatto per ragionare sulla validità di un sistema di formazione sempre più blindato e con barriere all’ingresso che di anno in anno si fanno più alte. Così, quando ho sentito che qualcuno era riuscito ad organizzare un grande evento nazionale per riflettere su questi problemi, la mia prima reazione è stata sentirmi in colpa, perché avevo lasciato il lavoro sporco a qualcun altro, continuando a lamentarmi inutilmente. Poi, ho pensato che questa è un’occasione che non posso perdere. Si va a Firenze, il 7 e l’8 di ottobre, per parlare di precariato e libertà di stampa, che sono due facce della stessa moneta.

L’evento si intitola “Giornalisti e Giornalismi”. Organizzato da Ordine nazionale dei Giornalisti, Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Ordine dei giornalisti Toscana e Assostampa Toscana, “chiamerà a raccolta colleghi da tutta Italia per concorrere a dar vita alla ‘Carta di Firenze’, uno strumento deontologico innovativo per disciplinare modelli virtuosi di collaborazione tra giornalisti e cooperazione con editori per cementare ancora la fiducia tra stampa e lettori. La carta normerà condotte e comportamenti che potranno diventare anche oggetto di procedimento disciplinare ordinistico o sindacale in caso di violazione”.

Chissà se la Carta di Firenze servirà a qualcosa, se questo incontro avrà un seguito, se sempre più persone aderiranno. Non sarà facile, ma sicuramente è un primo passo senza precedenti, a fronte di cambiamenti nel mercato del lavoro che creano sacche di discriminazione e sfruttamento indecenti. Il futuro per i giovani giornalisti resta cupo, ma intanto i gruppi locali hanno organizzato un servizio di navette per Firenze, gli organizzatori hanno approntato una rete di alloggi convenzionati, insomma si fanno le cose in grande. Almeno, in grande rispetto al nulla che le precede. Da parte mia, sento il dovere di esserci, e di spendermi per un’evoluzione più giusta del settore, che non è un patrimonio solo mio ma di tutti i miei colleghi e di chi vuole un’informazione libera.

Qui, la pagina Facebook dell’evento

Ciao autunno

Una volta un professore ci disse “leggo così tanti libri per lavoro che quando ho un po’ di tempo libero preferisco guardare un film”. L’ho pensato, durante questi mesi in cui mi veniva qualche idea da mettere nero su bianco in questo blog, e colpevolmente ci rinunciavo. “Scrivo così tanto che quando la sera finisco di lavorare quello che desidero è solo leggere, o sentire la radio”. Qui a Roma, in effetti, si scrive un sacco. Otto ore di fila senza pause, più quelle che devo fare per il lavoro di Bologna. Otto ore in un ufficino seminterrato così piccolo che una giornalista in pensione venuta in visita, con l’aria preoccupata di chi è nonna da poco, si è raccomandata “almeno non fumateci, qua dentro, che è proprio malsano. Roba da laboratorio cinese di Prato!”. In un certo senso è proprio quello il suo bello, e una scheggia di nostalgia per quelle dimensioni così compatte ce l’avrò, nonostante una latente claustrofobia. Per questo e altri motivi, le mie pagine sono rimaste bianche per un po’, e mentre loro sì, se ne stavano in vacanza, io ci ho messo in mezzo tante cose.

Due lavori in due città diverse, un trasloco travagliato (perché non sono mai stata una persona organizzata e forse è ora che rinunci a provarci), una stanza sui colli romani, un ritorno pianificato. Questo, e altre faccende. Insomma, ho passato un’estate di cui ho sentito solo la parte negativa: il caldo, gli amici in ferie, la desolazione della città vuota. Ma ho fatto anche un viaggio importante, per me che sono cresciuta in un quadrato di tre isolati, un tuffo di solitudine e fatica che mi ha fatto pensare e mi ha regalato momenti di pace perfetta.

Oggi, alle porte dell’autunno, torno a casa, forse un po’ più grande, con nuovi progetti, un lavoro che ha rivelato le sue carte migliori nel tempo: ne avevo già parlato, ricordate? E alla fine, dopo due mesi di doppio incarico (come in politica, che va tanto di moda) ho scelto quel posto che ero pronta a lasciare ad occhi chiusi per una prospettiva che sul momento mi pareva più promettente e avventurosa. Non mi ci è voluto molto per capire che le cose fatte come si deve chiedono tempo e pazienza, e magari si presentano in modo meno esplosivo. Qualcuno mi ha definito “fondista”: rivelo le mie qualità sul lungo periodo. Uguale la mia attività bolognese, che di settimana in settimana si è fatta più interessante, creativa, stimolante. Tanto che mi sono convinta a fare quella che un amico che mi conosce bene chiamerebbe una -louata- e a rimescolare le mie carte un’altra volta, alla ricerca del puzzle perfetto. Che non esiste, lo so bene, ma cercarlo è un gioco che non posso smettere di fare.

Fà la cosa sbagliata

Alla faccia della crisi, da quando mi sono laureata sarò rimasta senza lavorare per nemmeno due mesi. Certo, sempre lavori precari, ma pur sempre cose nel giornalismo, cose che mi piacevano. Insomma, un colpo di fortuna qua, una pezza là, e si tirava avanti onestamente. Mica da diventare ricchi, ma senza chieder soldi a casa.

E poi succede che all’improvviso le cose precipitano, e nell’arco di dieci giorni mi arrivano due offerte di lavoro. Serie, nel mio settore, entrambe valide, per uno che sia all’inizio della carriera. Solo che praticamente una esclude l’altra.

Uno dei due posti è di matrice aziendale, e riguarderebbe il mio principale ambito di specializzazione: l’ecologia. Avrei un contratto dignitoso (da libero professionista, ma abbastanza garantito) e una certa responsabilità. Probabilmente lo stipendio sarebbe buono, anche se ancora non me l’hanno comunicato di preciso. In pochi mesi sarei tranquilla dal punto di vista economico, con un lavoro bello e stimolante, da casa. Mi occuperei di ambiente.

L’altro posto me l’hanno offerto oggi, anche se avevo annusato qualcosa nell’aria già da un po’. Lo stipendio sarebbe basso, non ridicolo, ma basso. Dovrei lasciare le mie amate Due Torri. Il futuro sarebbe incerto e il mio portafogli sempre vuoto. Lavorerei otto ore al giorno cinque giorni a settimana. Ma è un lavoro giornalistico puro, in una redazione, proprio come tanti anni fa, quando cominciai (che poi a ben pensarci sono solo sei anni fa, ma oggi mi sembrano mille). Allora però, ero tra giornalisti-impiegati. Stavolta, sarei al fianco di un gruppo che ho cominciato a conoscere nei mesi scorsi e che mi piace sempre di più, gente competente, spregiudicata, da cui ho tantissimo da imparare. Lascerei Bologna, è vero, ma per Roma, che è così leonessa da non avere bisogno di spiegazioni. Farei una pazzia.

Eppure, mi sento come quando ti capita di scegliere tra due ragazzi che ti ronzano intorno: uno è a posto, piace alla mamma e ai tuoi amici, ti fa stare bene. L’altro è antipatico, magari nemmeno bello, combina un sacco di casini. E tu vai in giro chiedendo consigli, ma nel tuo cuore hai già scelto. Vai in giro chiedendo consigli solo perché speri che qualcuno, magari non la mamma né i tuoi amici, ti dica “Fai la cosa sbagliata”.

Giornalisti – Giornalisti

A tutti i giornalisti-giornalisti che ho avuto la fortuna di conoscere, a quelli cattivi, a quelli che ci credono, a quelli a cui sarebbe un onore somigliare, un giorno.