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Piovono abusivi

Mi ha fatto proprio piacere leggere, seppur con qualche giorno di ritardo, questo post di Alessandro Gilioli sul blog Piovono Rane, che a partire dallo sciopero dei giornalisti dell’Unità, e dal congresso di Firenze, si interroga sulle sorti del battaglione di poveracci che producono il “piombo” di giornali e periodici vari, cioè la materia prima per mandare avanti le baracche sulle cui pagine le grandi firme possono dire la loro (pagate profumatamente, s’intende).

Ho apprezzato Gilioli innanzitutto perché è segno di onestà menzionare il problema da un blog de l’Espresso, quando il gruppo è stato uno dei grandi nomi sputtanati a Firenze. Un coraggioso intervenuto a microfoni aperti ha testimoniato come a Repubblica Firenze venga sfruttato e mal pagato, e anche Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine, ci ha messo la faccia ricordando che di recente Repubblica è stata multata di tre milioni dall’Inpgi per il caso dei dipendenti che continuavano a lavorare in stato di prepensionamento.

Per una volta, anziché lamentarmi come faccio sempre, voglio scegliere il passo propositivo del post, e soffermarmi sulla risposta di una collega presente a Firenze che mi ha fatto riflettere. Gilioli dice:

Idee per migliorare la situazione?

Sì, tante, che non ci starebbero di certo in questo post già troppo lungo. Prima di tutto comunque vorrei polverizzare il 90 per cento delle scuole di giornalismo che ci sono in Italia, il cui unico scopo è riempire il portafogli dei loro proprietari e ‘insegnanti’, illudendo tanti ragazzi di poter entrare in una professione in crisi. Piacerebbe che sparisse anche un’altra sovrastruttura che serve solo a imporre gabelle e a dare una segretaria a chi ne occupa le poltrone, cioè l’Ordine. Sarebbe poi utile che chi vuole fare questo mestiere cercasse di mettere in luce la propria bravura con un blog o in altro modo autonomo e creativo piuttosto che andando ad arruffianarsi caporedattori che poi potranno pagarli cinque euro lordi.

E Ivana risponde:

Mi può spiegare come faccio a vivere se metto in luce le mie capacità scrivendo in un blog? Cioè utilizzo i contatti che mi sono fatta in questi anni di lavoro, sottopagato, per scrivere gratis? Non le sembra un ossimoro affermare che è meglio farsi notare su di un blog piuttosto che farsi pagare 5 euro lordi? Chi dovrebbe allora accorgersi delle mie capacità se non una redazione? Ma se queste in media, che siano Repubblica o un giornale di provincia, pagano i collaboratori esterni, preziose fonti di ossigeno lo scrive lei, tra i 5 e i 10 euro e anche meno. Infine esiste un altro modo autonomo per fare giornalismo guadagnando ovviamente? Me lo può indicare? Grazie.

L’opinione di Ivana rappresenta bene un sentimento diffuso nelle sale dell’Odeon di Firenze, di cui abbiamo discusso animatamente tra una sessione e l’altra. “Poveri noi, come facciamo a vivere con 5 euro al pezzo, eppure dobbiamo accettarli perché è l’unica possibilità”. Non credo che sia così. Con 5 euro a pezzo, ammesso che si scriva, per dire, un articolo al giorno, nessuno campa: sono 150 euro al mese. Roviniamoci, diciamo che un collaboratore iper zelante ne fa due al giorno, son 300 euro. A quel punto, se uno si vuol bene, non mette la sua sorte nelle mani di gente simile, ma magari si trova un lavoro più remunerativo al quale affiancare quello di giornalista.

Sia chiaro che non sto puntando il dito contro i poveracci del giornalismo, in qualche modo lo sono anche io (anche se ho uno stipendio e anche se sono un paria della categoria essendo addetta stampa). Sono solidale con i colleghi dell’Unità che si sono visti sospendere lo stipendio per tre mesi e sono incazzati neri. Loro chiaramente, avendo una storia professionale di lungo corso con il giornale, non possono cambiare lavoro così facilmente. Però, intanto smettono di produrre. Non continuano a farlo lamentandosi poi di lavorare gratis.

Quando scrivo un pezzo e non mi faccio pagare lo sto regalando, e quindi lo faccio in un’ottica diversa, a favore di progetti che mi piacciono, toccando temi in cui credo. Lavorare gratis è un ossimoro. Non è lavorare. Allora a me spunta un dubbio: non è che ci sia pure una punta di vanità nella cocciutaggine con cui molti si sottomettono al regime 2-euro-a-pezzo-senza-domeniche? Non è che lo fa chi se lo può permettere perché tanto è spesato da papà? Sicuro, se uno non si fa mantenere, con 5 euro ad articolo non sopravvive. Tanto varrebbe, come dice Gilioli, aprire un blog in cui si propone un lavoro giornalistico autonomo e serio, oppure inventarsi una collaborazione, essere un po’ creativi. Epperò, vuoi mettere la firma sulla pagina?

Nella stessa ottica, è stata fortemente criticata la parte della Carta di Firenze che indica:

Gli iscritti all’Ordine sono tenuti a non accettare corrispettivi inadeguati o indecorosi per il lavoro giornalistico prestato.

Gli iscritti all’Ordine che rivestano a qualunque titolo ruoli di coordinamento del lavoro giornalistico sono tenuti a non impiegare quei colleghi le cui condizioni lavorative prevedano compensi inadeguati.

Sorprendentemente, anziché indispettire gli editori (che troveranno sempre carne da macello disposta a lavorare la domenica, prendere zero euro eccetera) si sono sollevate molte critiche proprio dai colleghi abusivi: “Se non accetto i cinque euro mi licenziano! Se gli proibite di darmi solo 5 euro sarò fuori!”. Al momento, il panel di collaboratori esterni di una redazione locale media è molto largo. Costano niente a livello contrattuale e poco come retribuzione. Al giornale conviene averne molti. Ma se ne lasciasse a casa i quattro quinti, quelli che restano sarebbero pagati meglio, avrebbero più potere “contrattuale” in quanto scriverebbero parecchio, probabilmente sarebbero anche più bravi e motivati a migliorare. Capisco che per molti sarebbe un danno, ma regolerebbe positivamente il mercato in  funzione dei diritti e della qualità. Perché se proprio la gente non ce la fa a capire che non si “lavora” gratis e che lasciare che i propri diritti vengano calpestati è una cosa che non riguarda solo il singolo ma tutta la categoria, allora sarà bene che ci siano indicazioni precise approvate dall’Ordine che permettano di denunciare questi abusi.

Io a Firenze ci vado

Tra i propositi per la mia (ennesima) nuova vita c’è quello di non perdere l’abitudine a scrivere molto e il più velocemente possibile. Non parlo dei venti articoli al giorno che monto adesso (molti non li scrivo, li traduco o aggiusto delle agenzie), ma almeno tre. Il secondo e forse più importante obiettivo, invece, è fare attività politica. O sindacale, o attivismo, comunque lo si voglia chiamare.  Quando ero ragazzina le manifestazioni erano un’occasione che non perdevo mai, ci andavo per i più vari motivi: sentire che contavo qualcosa, innanzitutto. Fare branco con i miei amici, fumare le canne, saltare un giorno di scuola. Ma ero pur sempre una liceale che viveva nel suo mondo di favola; le fregature sono arrivate poi. Con il 3 + 2 all’università, per esempio. Con il muro tra me che sono priva di master in giornalismo e un tirocinio presso un giornale. E quando ti rendi conto che le cose accadono fuori ma ti ricadono addosso, la prima reazione è lo scoramento.

Cominci a pensare che ce la devi fare lo stesso, la prendi come una questione di problem solving, ti appelli al pensiero laterale, cerchi di entrare dalle finestre visto che le porte sono inchiavardate. E qualche volta spegni il computer pensando che sia tutto inutile. Può darsi che alla fine lo sia davvero, ma è troppo presto per dirlo. Quello di cui mi sono resa conto negli ultimi giorni è che c’è qualcuno che, mentre io pensavo solo a me stessa, ha pensato anche per me e per tutti quelli ancora più sfortunati che campano alla giornata.

Il discorso sul precariato oggi è talmente battuto da essere ridotto a una tiritera che nessuno più ascolta: i medici, gli insegnanti, i tassisti. Ma nessuno fuori dal settore si interessa dei giornalisti precari, niente si è veramente fatto per ragionare sulla validità di un sistema di formazione sempre più blindato e con barriere all’ingresso che di anno in anno si fanno più alte. Così, quando ho sentito che qualcuno era riuscito ad organizzare un grande evento nazionale per riflettere su questi problemi, la mia prima reazione è stata sentirmi in colpa, perché avevo lasciato il lavoro sporco a qualcun altro, continuando a lamentarmi inutilmente. Poi, ho pensato che questa è un’occasione che non posso perdere. Si va a Firenze, il 7 e l’8 di ottobre, per parlare di precariato e libertà di stampa, che sono due facce della stessa moneta.

L’evento si intitola “Giornalisti e Giornalismi”. Organizzato da Ordine nazionale dei Giornalisti, Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Ordine dei giornalisti Toscana e Assostampa Toscana, “chiamerà a raccolta colleghi da tutta Italia per concorrere a dar vita alla ‘Carta di Firenze’, uno strumento deontologico innovativo per disciplinare modelli virtuosi di collaborazione tra giornalisti e cooperazione con editori per cementare ancora la fiducia tra stampa e lettori. La carta normerà condotte e comportamenti che potranno diventare anche oggetto di procedimento disciplinare ordinistico o sindacale in caso di violazione”.

Chissà se la Carta di Firenze servirà a qualcosa, se questo incontro avrà un seguito, se sempre più persone aderiranno. Non sarà facile, ma sicuramente è un primo passo senza precedenti, a fronte di cambiamenti nel mercato del lavoro che creano sacche di discriminazione e sfruttamento indecenti. Il futuro per i giovani giornalisti resta cupo, ma intanto i gruppi locali hanno organizzato un servizio di navette per Firenze, gli organizzatori hanno approntato una rete di alloggi convenzionati, insomma si fanno le cose in grande. Almeno, in grande rispetto al nulla che le precede. Da parte mia, sento il dovere di esserci, e di spendermi per un’evoluzione più giusta del settore, che non è un patrimonio solo mio ma di tutti i miei colleghi e di chi vuole un’informazione libera.

Qui, la pagina Facebook dell’evento