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La scuola di giornalismo

Il mio con le scuole di giornalismo è un rapporto di odioamore. Beh, non esageriamo adesso, diciamo di simpatia/antipatia. Simpatia, perché era il mio sogno di ragazzina appena entrata all’università, perché se ho cominciato a lavorare da giornalista è stato nell’intento di guadagnarmi i titoli sufficienti per questo prestigiosissimo master. Simpatia perché la frequentano alcuni dei miei più cari amici, che stimo a livello professionale oltre che, chiaramente, umano.

Antipatia, ci sono 100 e uno motivi. Il primo, è che mi ha fregata: quando ho cominciato la specialistica, la scuola era un master di secondo livello, quindi con la triennale non si poteva accedervi. All’inizio del mio secondo anno, però, sorpresa sorpresa. Coerente con l’ecumenico gioco al ribasso che affligge l’università italiana, ecco che tutte le scuole di giornalismo diventano master di primo livello, praticamente equiparate a una magistrale.

Ma lasciamo stare i casi personali. Ci sono validissimi motivi, al di là delle mie peripezie professionali, per credere che la scuola di giornalismo sia un diplomificio con l’unica reale funzione di comprarsi a carissimo prezzo l’iscrizione all’albo (volutamente minuscolo), che tra l’altro oggi non garantisce nemmeno più un lavoro.

  • Oggi, nessuno più ti fa un contratto da praticante senza che tu venga dalla scuolina. Oggi, le maggiori testate italiane assumono solo persone provenienti dalla scuolina.
  • Mi sono sentita dire, da un mio vecchio professore dell’università con cui sono rimasta in contatto (ma non solo da lui): “Perché non provi a fare la scuola di giornalismo?”. No, non provo a fare la scuola di giornalismo, perché ho 27 anni, ho un titolo diverso ma che ha lo stesso valore, e soprattutto conoscendo quello che si fa e che si studia posso dire di non avere proprio nulla da imparare. E l’iscrizione all’albo non me la compro, perché non me ne frega nulla. Sia chiaro che il mio professore, e tutti coloro che mi hanno consigliato questa strada, intendevano solo suggerirmi il meglio, in totale buona fede.
  • Durante lo scorso Festival del Giornalismo di Perugia, a cui ho partecipato per la terza volta, mi è stato presentato non so quale potentone, che di lavoro faceva l’ispettore dell’ordine, e ha passato buoni dieci minuti a concionare su quante scuole aveva fatto chiudere perché facevano schifo. In conclusione, ha sentenziato: “Le scuole sono il futuro del giornalismo italiano, l’unico possibile”. Mi sono permessa di osservare che, dato che stiamo parlando di master che vanno sui 10mila euro, a cui vanno aggiunte le spese di mantenimento e di mancati introiti, solo i ricchi possono permettersele, anche perché non esistono borse di studio a copertura totale. Continuando così, tra cinquant’anni i giornalisti saranno davvero una casta. Ha bofonchiato che certe scuole sono abbastanza economiche (sugli 8000 euro) e poi ha cambiato argomento.
  • Corollario di quanto detto sopra: i diplomati che provengono da questi corsi, essendo appunto di famiglia facoltosa o comunque che può permettersi di mantenerli, non hanno problemi a lavorare gratis, alimentando quel meccanismo deteriore di sfruttamento proprio del settore. In pratica, drogando il mercato.

In ultimo, una nota di merito che più o meno scherzosamente circola nell’ambiente, e che mi sento di sottoscrivere: per avere le stesse opportunità di un diplomato alla scuola di giornalismo, devi essere bravo il doppio di lui.