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Non lascio l’Italia – la voce di chi resta

Un paio di post addietro ho ospitato l’intervento di un amico giornalista che è andato a vivere e lavorare in Inghilterra. La sua è una storia di successo, che l’ha però costretto a un grande sacrificio, lasciare l’Italia.

E probabilmente, chi lo fa ha buone prospettive di non tornarci più, perché all’estero non esistono gli Ordini e i titoli acquisiti valgono poco o niente sul nostro mercato.

Ci tenevo però a lasciare spazio a qualcuno che avesse fatto una scelta diversa, perché la regola aurea del mestiere (oltre a quella di fare la domanda del cretino, ovviamente) è di sentire tutte le campane. La mia è arcinota a chi mi conosce, e preferisco che questo blog diventi un luogo di confronto senza scadere nell’autoreferenziale.

L’ospite di oggi è un caro amico, Gerardo Adinolfi, che per questo blog ha scritto un accorato intervento raccontando la sua esperienza, le sue speranze e soprattutto perché ha scelto di restare in Italia. Eccolo:

Io all’estero ci sono stato, per motivi di studio. Ci sono stato perché penso debba essere una tappa obbligata nella vita di ognuno. Ti consente di aprire la mente, conoscere costumi, culture e tradizioni diverse, sentirti parte di un qualcosa che va oltre. Sentirsi, in poche parole, cittadini del mondo. Sono stato metà anno in Finlandia e non nego che l’idea di non ritornare più c’è stata, e non poche volte. Ma poi ho deciso di tornare, e non per malinconia, o semplice sentimentalismo. Ma perché il mio obiettivo, il mio desiderio, è sempre stato quello di diventare giornalista, in Italia.

In Italia perché è qui che sono cresciuto, è qui che vorrei rendermi socialmente utile ed è qui che vorrei contribuire a un cambiamento. Tutte utopie, forse, considerata la criticità del mercato del lavoro italiano non è il momento di avere capricci e “sogni”. Il mio è quello di diventare un giornalista d’inchiesta. Ma per il momento ho ancora tanta gavetta da fare. Un sogno, però, l’ho realizzato: quello di scrivere un libro.

Si chiama “Dentro l’inchiesta. L’Italia nelle indagini dei reporter” ed è una delle più grandi soddisfazioni che mi sia mai tolto. L’ho pubblicato senza pagare nulla, trovando una casa editrice, seppur piccola, seria e che ha creduto in quel che ho proposto e scritto. E mi sono divertito, e mi diverto ancora, a girare l’Italia per presentarlo. Anche se il pubblico presente, la maggior parte delle volte, non raggiunge neanche la doppia cifra. E’ stato adottato in qualche corso universitario, e questo basta a rendermi orgoglioso.

Giornalista, sulla carta, e per l’Ordine lo sono. Sono diventato professionista nel novembre 2011, a 24 anni, dopo un esame di Stato in cui è stato bocciato quasi il 50% dei praticanti. Causa la troppa severità dei commissari, o il clima funesto che ruota oggi intorno al mondo del giornalismo, dove tutti sono nemici di tutti. E tutti hanno paura di tutti. Sono diventato professionista a novembre, ma già da maggio lavoro a Repubblica, nella redazione locale di Firenze. Mi occupo di cronaca locale, e soprattutto del sito internet. Questa di Repubblica è la mia prima vera esperienza in una redazione. Prima di Repubblica ho lavorato come collaboratore alla redazione emiliano-romagnola de Il Fatto Quotidiano e, per due mesi nel 2010 sono stato in stage al Corriere Fiorentino, l’edizione locale del Corriere della Sera.

Stage che ho avuto l’opportunità di fare tramite la Scuola di Giornalismo, che ho frequentato a Bologna. Due anni, 18 mesi di praticantato, e 12 mila euro di tasse. La Scuola, tanto amata, tanto odiata. La Scuola di Giornalismo è stato uno dei motivi che mi ha fatto rientrare in Italia. E’ stato sempre un mio sogno farla. E non la rimpiango. Per fare la scuola sono andato via di casa (sono di Nocera Inferiore, provincia di Salerno) mi sono laureato quasi prima del tempo e, grazie al supporto dei miei genitori (che non ho sfruttato né mi riconosco in quelli che dicono: “Hai fatto la scuola sulle spalle dei tuoi”) sono riuscito ad entrare alla Scuola di Bologna.

Alle selezioni eravamo in 200 a Bologna, in 250 a Roma. Ne siamo entrati in 30, per gli altri 170 che non sono riusciti ad entrare (magari non per loro demeriti, ma anche per sfortuna) la scuola diventa, improvvisamente, qualcosa da cui rifuggire. E quelli che la frequentano una massa di polli da batteria, figli di papà, raccomandati.

Le scuole di giornalismo hanno tanti pregi, e anche tanti difetti. Se è vero che giornalista si diventa, con l’esperienza e la conoscenza, se non c’è quel dono innato che non è tanto il saper scrivere bene ma l’occhio critico e la curiosità serve a poco. Alla Scuola di giornalismo di Bologna ho trovato tanti aspetti positivi, come la preparazione dei tutor, le attrezzature tecniche, il contatto umano che si è instaurato con i giornalisti che ci hanno seguito e che anche dopo la fine dei corsi sono rimasti dei maestri a cui chiedere consiglio e trovare sicurezza.

Certo è che, se non vuoi imparare, nessuno ti costringerà mai a farlo. Non si impara ad usare una telecamera se non la si prendere spontamente in mano e si va in giro per la città. Non si impara a sapersi orientare in un tribunale se di buon mattino non ci si alza e si vaga per le aule in cerca di qualche processo da osservare. La scuola a me è servita soprattutto per capire se fossi quantomeno un po’ portato per il giornalismo, e per mettermi alla prova. E anche per diventare professionisti, perché per me frequentare una scuola di giornalismo non è una scorciatoia ma una possibilità.

“Di 30 persone una decina troverà lavoro, gli altri qualche collaborazione, qualcuno cambierà mestiere”. E’ stato uno dei primi insegnamenti che ricordo di aver ascoltato durante le lezioni del primo anno. Perché la scuola non ti assicura il lavoro, pur pagando una bella cifra economica”. Ed è giusto così. Sarebbe scorretto per quanti non hanno la possibilità di farla. O semplicemente non la ritengono utile.

Nel precedente racconto del ragazzo che è andato in Inghilterra a studiare e lavorare lui afferma: purtroppo il cugino dell’amico giornalista non l’ho ancora conosciuto e se lo conosco non è ‘nel giro’. Neanche io conosco il cugino dell’amico del giornalista e non l’ho mai conosciuto né ho intenzione di conoscerlo. Non ho parenti giornalisti (e no, non sono parente neanche alla lontana di Mario Adinolfi) né medici, o notai o politici.

E’ vero che il mercato italiano sarebbe da rivoluzionare. Contratti spesso in nero, giornalisti che vengono pagati pochissimo (me compreso eh), pagati 5 euro a pezzo e senza rimborsi neanche delle telefonate. I giornalisti in Italia sono tanto, sono 110.000 gli iscritti all’Ordine nel 2010 e più della metà di questi sono “invisibili”, cioè non versano nessun contributo all’Inpgi (colpa, appunto, di contratti a nero o irrisori). Ma se tutte le persone in gamba scappano all’estero, in Italia chi rimarrà? Solo raccomandati e incapaci?

Povero Giuseppe D’Avanzo

Mi ero ripromessa di non parlare più di queste cose, spero che sarà l’ultima volta. Avrei preferito non leggere certi tweet di Arianna Ciccone che raccontano l’intervento di Michele Santoro davanti agli studenti della scuola di Giornalismo di Urbino. Ma dal momento che li ho letti non posso proprio starmene zitta (imparerò, abbiate pazienza).

 “Io non conosco un giornalista bravo che non lavori”

Già questo esordio farebbe cadere le braccia a molti. A me no, ma solo perché sono abbastanza delusa da non sorprendermi più: questa è solo l’ennesima conferma della crisi non solo economica ma etica e spirituale in cui versa l’informazione italiana. Non basta: Santoro ammette, con disarmante candore, i criteri con cui ha scelto le sue veline:

“Giulia Innocenzi rappresenta il ritorno alla politica dei giovani”; “Granbassi è stata scelta per contribuire allo spettacolo. Ma tanti giornalisti li abbiamo formati”

Per una volta, ed è una rarità, mi tocca fare la parte della femminista e osservare che la scelta di una bella ragazza che si finge giornalista “per contribuire allo spettacolo” contiene una spaventosa eredità berlusconiana. Ciò che invece si ripropone sempre uguale a sé stesso è il problema dell’accesso al mestiere, oggi per certi versi peggiore di prima. Perché prima con la costosa scuola ti compravi iscrizione all’Ordine e lavoro, ora nemmeno quello. Ora per mettere una pezza all’inutilità del pezzo di carta ci sono i concorsi, rigorosamente riservati alla futura casta pagante. Una guerra nella guerra, perché dopo la scuola, se va bene, ti fai uno stage a tempo determinato, una collaborazione a prestazione, o gratti un contrattino da 300 euro al mese. Dopo cinque sei anni, se sei fortunato, arrivi a 800. Forse a mille.

Nel frattempo vivi sulle spalle della famiglia, sempre “sgarrupato” (come direbbe un mio collega). A settembre mi sono detta – con lo sconforto di chi vede i propri sogni appesi a un filo – che se non avessi trovato qualcosa entro dicembre, avrei strappato la mia tessera. Non ne ho avuto bisogno, la sto strappando giorno per giorno al confronto con la realtà. Ogni volta che vado al lavoro e vengo trattata come una professionista, trovo dialogo, ascolto, formazione e rispetto. Ho una garanzia contrattuale accettabile e uno stipendio adeguato.

Non devo fare la guerra con altri quaranta disperati, non devo arrivare già “imparata” (o pagare per diventarlo), non sono pagata con la sola soddisfazione di fare “il mestiere più bello del mondo”, il mestiere che mi piaceva tanto, per il quale mi sono spesa per anni ma per cui non intendo rinunciare alla mia dignità.

Non è solo una questione di soldi; comincio a chiedermi sempre più spesso se valga la pena di far la guerra per entrare in un mondo brutto, di giornali e televisioni marchettari, servi della politica, dell’industria o del popolo bue che vuole vedere solo sesso, soldi e insulti. Nessuna qualità, nessuna professionalità, nessun rispetto per le persone. A volte mi chiedo perché lo faccio, e soprattutto perché nessuno si incazzi insieme a me. Se tutta questa corruzione si meriti davvero i sogni e il sudore mio e di molti altri.

E ogni tanto penso che hanno ragione quei vecchi e ricchi veterani della casta che sempre più spesso, dalle pagine di quotidiani e riviste, suggeriscono ai giovani “cambiate mestiere”. O forse basterebbe cambiare paese.

C’è vita nel Sottobosco

Avevo intenzione di scrivere qualcosa sulla prima lezione del corso di aggiornamento dell’Ordine a cui mi sono iscritta. Mi ero anche scritta un sacco di appunti, cosa che non faccio mai, su un’agendina nuova. Ovviamente l’ho dimenticata a casa di Giulia, per cui niente riflessioni su deontologia, Ordine, editori, stipendi. Il che forse non è nemmeno un male, visto che sto cominciando ad annoiarmi da sola. A fine giornata, mentre passeggiavo con un amico verso la mia bicicletta, che avevo dimenticato sotto le Due Torri, pensavo proprio questo: esiste un’età per tirare avanti a testa bassa, un’età per incazzarsi e sbattere contro le sbarre come cani in gabbia, un momento in cui trovi la strada e ti incammini. Forse sei solo stufo di abbaiare al vento. Siccome la vita è un cerchio, sai che arriverà il punto in cui ti toccherà ricominciare da capo. Ma per il momento, sento che le cose riescono meglio se si mette da parte la rabbia e si inizia a combattere.

Poi ci sono anche quei piccoli passi avanti che ti fanno pensare che in fondo ne è valsa e ne vale la pena, che ti fanno immaginare un futuro possibile.

La scuola di giornalismo

Il mio con le scuole di giornalismo è un rapporto di odioamore. Beh, non esageriamo adesso, diciamo di simpatia/antipatia. Simpatia, perché era il mio sogno di ragazzina appena entrata all’università, perché se ho cominciato a lavorare da giornalista è stato nell’intento di guadagnarmi i titoli sufficienti per questo prestigiosissimo master. Simpatia perché la frequentano alcuni dei miei più cari amici, che stimo a livello professionale oltre che, chiaramente, umano.

Antipatia, ci sono 100 e uno motivi. Il primo, è che mi ha fregata: quando ho cominciato la specialistica, la scuola era un master di secondo livello, quindi con la triennale non si poteva accedervi. All’inizio del mio secondo anno, però, sorpresa sorpresa. Coerente con l’ecumenico gioco al ribasso che affligge l’università italiana, ecco che tutte le scuole di giornalismo diventano master di primo livello, praticamente equiparate a una magistrale.

Ma lasciamo stare i casi personali. Ci sono validissimi motivi, al di là delle mie peripezie professionali, per credere che la scuola di giornalismo sia un diplomificio con l’unica reale funzione di comprarsi a carissimo prezzo l’iscrizione all’albo (volutamente minuscolo), che tra l’altro oggi non garantisce nemmeno più un lavoro.

  • Oggi, nessuno più ti fa un contratto da praticante senza che tu venga dalla scuolina. Oggi, le maggiori testate italiane assumono solo persone provenienti dalla scuolina.
  • Mi sono sentita dire, da un mio vecchio professore dell’università con cui sono rimasta in contatto (ma non solo da lui): “Perché non provi a fare la scuola di giornalismo?”. No, non provo a fare la scuola di giornalismo, perché ho 27 anni, ho un titolo diverso ma che ha lo stesso valore, e soprattutto conoscendo quello che si fa e che si studia posso dire di non avere proprio nulla da imparare. E l’iscrizione all’albo non me la compro, perché non me ne frega nulla. Sia chiaro che il mio professore, e tutti coloro che mi hanno consigliato questa strada, intendevano solo suggerirmi il meglio, in totale buona fede.
  • Durante lo scorso Festival del Giornalismo di Perugia, a cui ho partecipato per la terza volta, mi è stato presentato non so quale potentone, che di lavoro faceva l’ispettore dell’ordine, e ha passato buoni dieci minuti a concionare su quante scuole aveva fatto chiudere perché facevano schifo. In conclusione, ha sentenziato: “Le scuole sono il futuro del giornalismo italiano, l’unico possibile”. Mi sono permessa di osservare che, dato che stiamo parlando di master che vanno sui 10mila euro, a cui vanno aggiunte le spese di mantenimento e di mancati introiti, solo i ricchi possono permettersele, anche perché non esistono borse di studio a copertura totale. Continuando così, tra cinquant’anni i giornalisti saranno davvero una casta. Ha bofonchiato che certe scuole sono abbastanza economiche (sugli 8000 euro) e poi ha cambiato argomento.
  • Corollario di quanto detto sopra: i diplomati che provengono da questi corsi, essendo appunto di famiglia facoltosa o comunque che può permettersi di mantenerli, non hanno problemi a lavorare gratis, alimentando quel meccanismo deteriore di sfruttamento proprio del settore. In pratica, drogando il mercato.

In ultimo, una nota di merito che più o meno scherzosamente circola nell’ambiente, e che mi sento di sottoscrivere: per avere le stesse opportunità di un diplomato alla scuola di giornalismo, devi essere bravo il doppio di lui.