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La voce di chi ha deciso di andare

A volte pensiamo che questa crisi dell’editoria sia una fatalità senza alternative. Pensiamo che l’unica possibilità sia cambiare lavoro, farci la guerra tra poveri, farci raccomandare. Certamente questi sono scenari possibili, con esiti a volte perfino positivi (soprattutto nell’ultimo caso).  Proprio oggi ho fatto due chiacchiere attorno a un tavolo con alcuni colleghi di un coordinamento di precari, tornandomene a casa più scoraggiata di prima. Apprezzo il fatto che esista ancora chi si preoccupa di cose dimenticate come equità, salari, solidarietà tra colleghi, eppure ho avuto l’impressione che intorno a quel tavolo fossimo come un guscio di noce nel mare.

Così, ho deciso di proporre una voce diversa e a suo modo positiva, anche se per molti di noi destinata a rimanere utopia. Daniele Fisichella ha studiato giornalismo alla City University di Londra e oggi è Community Involvement Officer per la Peterborough Community Radio.

Abbiamo parlato via Facebook, dove lo avevo contattato per chiedergli informazioni sul mercato del giornalismo inglese, e mi ha spiegato perché secondo lui studiare lì è un investimento migliore che farlo in Italia:

In Italia, a Bologna, avevo un lavoro da giornalista piu’ o meno stabile (a volte part time, a volte full time, a volte non ti chiamavano proprio) e delle prospettive poco chiare (ti dicono sempre ‘c’e’ molta competizione’, ‘bisogna fare sacrifici’ e’ ‘bisogna accettare qualsiasi lavoro, anche gratis’, di solito a dirtelo sono i capiredattori che un bello stipendio fisso ce l’hanno e nessuno glielo tocca).

Comunque sono andato a Londra per fare un master in giornalismo alla City University of London, presentata come una prestigiosissima università con un corso di giornalismo che ha sfornato tra i volti più noti della BBC e non solo. Il corso si è dimostrato all’altezza delle aspettative, anzi forse ha superato le aspettative per livello di impegno richiesto e professionalità di professori e colleghi.

Il mio inglese non esattamente oxfordiano all’inizio ha contribuito a rendere l’anno di studi ancora più difficile se vogliamo ma non per questo meno interessante ed entusiasmante. Poi ho trovato lavoro praticamente il giorno dopo, mi sono dovuto spostare a Peterborough, dove da più di un anno sono responsabile di una Community Radio.

Senza entrare nei dettagli in questi anni ho avuto l’impressione che il giornalismo fuori dall’Italia sia un’altra cosa: per il modo in cui è fatto (piu’ precisione, meno approssimazione, costante ricerca di argomenti nuovi), per le tecnologie che vengono usate e per il livello di creativita’ e di interessi che veniva richiesto anche agli studenti come noi.

Il corso che ho fatto era dedicato solo a studenti internazionali si chiama ‘International Journalism’ e si possono scegliere due percorsi (carta stampata e radio/Tv). E’ durato 9 mesi (settembre-Luglio, ma con almeno 2 mesi di pausa di lezioni in mezzo). All’inizio erano piu’ lezioni, tipo 4 o 6 ore al giorno massimo, ma alla fine era più un ‘lavoro’, perché dovevi preparare dei pezzi, discuterne col tuo caporedattore (il prof) e realizzarli da solo o con i colleghi. Ricordo di aver passato settimane intere, inclusi i weekend, al dipartimento che però è attrezzatissimo e rimane sempre aperto.

C’era anche gente che lavorava da casa ovviamente, considerato che le distanze londinesi sono notevoli.

E’ costato 7.400 sterline, all’epoca praticamente l’ho pagato in euro perche’ il cambio era quasi pari. Ovviamente sì, è caro ma non credo che un master in Italia costi di meno. A Londra vivevo con 1.000 euro al mese (escluse le tasse universitarie), ci bastavano per pagare l’affitto (550-600 euro), mangiare, uscire e ogni tanto andare a qualche cinema, concerto…ovviamente il 31 del mese il mio conto era a due cifre. Niente a che vedere con le cose che ti puoi permettere in Italia con gli stessi soldi, purtroppo a Londra i soldi sono essenziali: se ne hai pochi di Londra non riesci a vedere molto, però anche quel poco è significativo e se è per poco tempo si può affrontare, secondo me.

Sicuramente si può osservare che la crisi che in questi anni si abbatte sull’Italia e sull’eurozona colpirà presto anche il resto del mondo, e quindi il mercato dei media in UK tra qualche tempo potrebbe essere depresso proprio come da noi. Ma forse, una differenza sostanziale sta nella mentalità, che crisi o non crisi fa comunque la differenza:

Il giornalismo e’ extra competitivo anche qua, per ogni posto di lavoro specialmente a Londra si presentano centinaia di candidati ed è veramente difficile anche essere chiamati per un colloquio. Anche qui si comincia con i tirocinii (almeno ti pagano i trasporti e il pranzo però) e la gavetta la fanno tutti. Però c’è una differenza enorme con l’Italia, anzi due. La prima: se lavori i tuoi diritti di lavoratore vengono riconosciuti dal primo giorno: contratto, ferie, contributi e via dicendo. Non ti pagano in nero e non esiste il lavoro interinale in questo campo.

Secondo: le offerte di lavoro ‘reali’ esistono. Vengono pubblicate sui siti con tanto di salario e mansioni specificate. Hai mai visto una cosa del genere su un sito italiano? Anche i tanto strombazzati InfoJobs e via dicendo?

Ecco questa è la differenza: le persone ‘normali’ che sono fuori ‘dal giro’ possono benissimo trovare lavoro e competere anche contro gli inglesi. Chiaro come stranieri non potremo forse scrivere sul Guardian o neppure su un giornalino locale finché il nostro inglese non sarà talmente fluido da conoscere espressioni di gergo, però posti come produttore, web designer, o comunque tutti quei ruoli che implicano un uso non esteso della lingua ma che hanno elementi di giornalismo in sé, rappresentano una opportunità per tutti.

 Secondo me tra stare in Italia ad aspettare che l’amico del cugino di un tuo amico che conosce un giornalista ti dia l’opportunità di fare quello che ti piace pagandoti pure, e venire qua e iniziare a cercare lavoro, trovarlo ed iniziare la propria carriera, io direi che la seconda opzione è la migliore.  Ah, e io tra parentesi non vedrei l’ora di tornare in Italia ma purtroppo il cugino dell’amico giornalista non l’ho ancora conosciuto e se lo conosco non è ‘nel giro’.

Povero Giuseppe D’Avanzo

Mi ero ripromessa di non parlare più di queste cose, spero che sarà l’ultima volta. Avrei preferito non leggere certi tweet di Arianna Ciccone che raccontano l’intervento di Michele Santoro davanti agli studenti della scuola di Giornalismo di Urbino. Ma dal momento che li ho letti non posso proprio starmene zitta (imparerò, abbiate pazienza).

 “Io non conosco un giornalista bravo che non lavori”

Già questo esordio farebbe cadere le braccia a molti. A me no, ma solo perché sono abbastanza delusa da non sorprendermi più: questa è solo l’ennesima conferma della crisi non solo economica ma etica e spirituale in cui versa l’informazione italiana. Non basta: Santoro ammette, con disarmante candore, i criteri con cui ha scelto le sue veline:

“Giulia Innocenzi rappresenta il ritorno alla politica dei giovani”; “Granbassi è stata scelta per contribuire allo spettacolo. Ma tanti giornalisti li abbiamo formati”

Per una volta, ed è una rarità, mi tocca fare la parte della femminista e osservare che la scelta di una bella ragazza che si finge giornalista “per contribuire allo spettacolo” contiene una spaventosa eredità berlusconiana. Ciò che invece si ripropone sempre uguale a sé stesso è il problema dell’accesso al mestiere, oggi per certi versi peggiore di prima. Perché prima con la costosa scuola ti compravi iscrizione all’Ordine e lavoro, ora nemmeno quello. Ora per mettere una pezza all’inutilità del pezzo di carta ci sono i concorsi, rigorosamente riservati alla futura casta pagante. Una guerra nella guerra, perché dopo la scuola, se va bene, ti fai uno stage a tempo determinato, una collaborazione a prestazione, o gratti un contrattino da 300 euro al mese. Dopo cinque sei anni, se sei fortunato, arrivi a 800. Forse a mille.

Nel frattempo vivi sulle spalle della famiglia, sempre “sgarrupato” (come direbbe un mio collega). A settembre mi sono detta – con lo sconforto di chi vede i propri sogni appesi a un filo – che se non avessi trovato qualcosa entro dicembre, avrei strappato la mia tessera. Non ne ho avuto bisogno, la sto strappando giorno per giorno al confronto con la realtà. Ogni volta che vado al lavoro e vengo trattata come una professionista, trovo dialogo, ascolto, formazione e rispetto. Ho una garanzia contrattuale accettabile e uno stipendio adeguato.

Non devo fare la guerra con altri quaranta disperati, non devo arrivare già “imparata” (o pagare per diventarlo), non sono pagata con la sola soddisfazione di fare “il mestiere più bello del mondo”, il mestiere che mi piaceva tanto, per il quale mi sono spesa per anni ma per cui non intendo rinunciare alla mia dignità.

Non è solo una questione di soldi; comincio a chiedermi sempre più spesso se valga la pena di far la guerra per entrare in un mondo brutto, di giornali e televisioni marchettari, servi della politica, dell’industria o del popolo bue che vuole vedere solo sesso, soldi e insulti. Nessuna qualità, nessuna professionalità, nessun rispetto per le persone. A volte mi chiedo perché lo faccio, e soprattutto perché nessuno si incazzi insieme a me. Se tutta questa corruzione si meriti davvero i sogni e il sudore mio e di molti altri.

E ogni tanto penso che hanno ragione quei vecchi e ricchi veterani della casta che sempre più spesso, dalle pagine di quotidiani e riviste, suggeriscono ai giovani “cambiate mestiere”. O forse basterebbe cambiare paese.

La scuola di giornalismo

Il mio con le scuole di giornalismo è un rapporto di odioamore. Beh, non esageriamo adesso, diciamo di simpatia/antipatia. Simpatia, perché era il mio sogno di ragazzina appena entrata all’università, perché se ho cominciato a lavorare da giornalista è stato nell’intento di guadagnarmi i titoli sufficienti per questo prestigiosissimo master. Simpatia perché la frequentano alcuni dei miei più cari amici, che stimo a livello professionale oltre che, chiaramente, umano.

Antipatia, ci sono 100 e uno motivi. Il primo, è che mi ha fregata: quando ho cominciato la specialistica, la scuola era un master di secondo livello, quindi con la triennale non si poteva accedervi. All’inizio del mio secondo anno, però, sorpresa sorpresa. Coerente con l’ecumenico gioco al ribasso che affligge l’università italiana, ecco che tutte le scuole di giornalismo diventano master di primo livello, praticamente equiparate a una magistrale.

Ma lasciamo stare i casi personali. Ci sono validissimi motivi, al di là delle mie peripezie professionali, per credere che la scuola di giornalismo sia un diplomificio con l’unica reale funzione di comprarsi a carissimo prezzo l’iscrizione all’albo (volutamente minuscolo), che tra l’altro oggi non garantisce nemmeno più un lavoro.

  • Oggi, nessuno più ti fa un contratto da praticante senza che tu venga dalla scuolina. Oggi, le maggiori testate italiane assumono solo persone provenienti dalla scuolina.
  • Mi sono sentita dire, da un mio vecchio professore dell’università con cui sono rimasta in contatto (ma non solo da lui): “Perché non provi a fare la scuola di giornalismo?”. No, non provo a fare la scuola di giornalismo, perché ho 27 anni, ho un titolo diverso ma che ha lo stesso valore, e soprattutto conoscendo quello che si fa e che si studia posso dire di non avere proprio nulla da imparare. E l’iscrizione all’albo non me la compro, perché non me ne frega nulla. Sia chiaro che il mio professore, e tutti coloro che mi hanno consigliato questa strada, intendevano solo suggerirmi il meglio, in totale buona fede.
  • Durante lo scorso Festival del Giornalismo di Perugia, a cui ho partecipato per la terza volta, mi è stato presentato non so quale potentone, che di lavoro faceva l’ispettore dell’ordine, e ha passato buoni dieci minuti a concionare su quante scuole aveva fatto chiudere perché facevano schifo. In conclusione, ha sentenziato: “Le scuole sono il futuro del giornalismo italiano, l’unico possibile”. Mi sono permessa di osservare che, dato che stiamo parlando di master che vanno sui 10mila euro, a cui vanno aggiunte le spese di mantenimento e di mancati introiti, solo i ricchi possono permettersele, anche perché non esistono borse di studio a copertura totale. Continuando così, tra cinquant’anni i giornalisti saranno davvero una casta. Ha bofonchiato che certe scuole sono abbastanza economiche (sugli 8000 euro) e poi ha cambiato argomento.
  • Corollario di quanto detto sopra: i diplomati che provengono da questi corsi, essendo appunto di famiglia facoltosa o comunque che può permettersi di mantenerli, non hanno problemi a lavorare gratis, alimentando quel meccanismo deteriore di sfruttamento proprio del settore. In pratica, drogando il mercato.

In ultimo, una nota di merito che più o meno scherzosamente circola nell’ambiente, e che mi sento di sottoscrivere: per avere le stesse opportunità di un diplomato alla scuola di giornalismo, devi essere bravo il doppio di lui.